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Prizzi campa dassusu, sulu, nfunnu,

cu li canala carrichi di jelu,

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Vito Mercadante, 1910

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Questa e' la sezione dedicata alla cultura e alle tradizioni. Il nostro intento e' quello di monitorare e di documentare il più possibile gli avvenimenti culturali e della tradizione che si svolgono nel nostro paese e dar loro spazio. Ci interessa tutto ciò che parla di Prizzi o è fatto da prizzesi.

E' inutile dire che il vostro apporto sarà determinante! Inviateci tutto ciò che ritenete utile far leggere agli altri!  

 

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12/12/2009. Giuseppe De Marco, pioniere dimenticato! 

Premettiamo che per questo articolo abbiamo preso spunto dal sito CITTANUOVECORLEONE al quale rimandiamo.

Prizzi ha dato i natali a tanti personaggi illustri, tutti degnamente celebrati e ampiamente ricordati. Tuttavia, tra questi, ce ne uno che per uno strano gioco del destino è stato dimenticato. Il suo nome è Giuseppe De Marco e a buon diritto può essere considerato uno dei “pionieri dell’aviazione italiana”.

Giuseppe De Marco nacque a Prizzi l’11 aprile 1894 da Giorgio De Marco e Giuseppa Ferrara. La sua casa natia, un tempo sede del Tribunale del Sant’Uffizio, è ubicata in via Bongiorno n° 2.

La biografia di Giuseppe De Marco è molto bella, affascinante e ricca di successi nel campo dell’aviazione in cui lui era veramente un maestro.

La sua “febbre del volo”, lo portò nel 1914 fino a Torino per iscriversi alla scuola civile privata “Antonio Chiribiri” per apprendere l’arte del pilotaggio di aeroplani, conseguendo il brevetto civile di 1° grado.

Mentre frequentava la scuola privata di aviazione di Torino, De Marco venne chiamato al servizio militare nella stessa città (12 settembre 1914) e incorporato nel “battaglione aviatori”, ottenendo i galloni di caporale e venendo ammesso al corso di pilota aviatore militare alla scuola di San Giusto a Pisa, ove ottenne il brevetto superiore di 2° grado.

Il 27 febbraio 1916, Giuseppe De Marco venne chiamato in zona di guerra, incorporato nella 80ª Squadriglia da caccia, dalla quale rientrò il 23 gennaio 1917 per essere assegnato al Deposito Comando Aeronautico, venendo autorizzato a compiere esperimenti tecnici, per poi passare al campo scuola idrovolanti di Sesto Calende. Dopo essere stato inviato al Campo Scuola di Passignano sul Trasimeno (15 febbraio 1919) venne trasferito alla Squadriglia idrovolanti di Palermo (20 giugno 1919).

Ma soprattutto Giuseppe De Marco verrà ricordato per due cose: nel novembre del 1915, viene richiamato al campo di Mirafiori, passato all’autorità militare, e addetto alla sezione degli esperimenti, ebbe modo di provare in volo il radiotelegrafo senza fili inventato dallo scienziato Guglielmo Marconi. Grazie a tale esperimento, l’allora caporal maggiore Giuseppe De Marco venne promosso al grado di sergente (31 gennaio 1916). Il secondo episodio per cui verrà ricordato è quello che lo vuole, conclusasi la Prima guerra mondiale, grande antesignano della propaganda sportiva aviatoria in Sicilia fondando, nel 1922, l’Aero Club di Sicilia con sede in Palermo.

Insomma, una biografia ricca di  suggestione e di fascino che è stata recentemente raccontata con dovizia di particolari in un articolo pubblicato su CITTANUOVECORLEONE che vi consigliamo vivamente di leggere e a cui ci siamo ispirati per raccontarvi alcuni brevi tratti della biografia del valoroso aviatore prizzese.

A noi di COSEDIPRIZZI, molto più modestamente, ci sembrava doveroso ricordare questo nostro illustre concittadino, al quale, seppur con colpevole ritardo, abbiamo reso giustizia rinverdendone il suo ricordo!

Alea iacta est!

COSEDIPRIZZI

 

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24/06/2008. La ricorrenza della Natività di San Giovanni Battista ci offre l'occasione per pubblicare un interessantissimo articolo che ci spiega l'enorme significato simbolico di questa festa (l'articolo ci è stato inviato molto gentilmente dal Prof. Fucarino):

I fuochi di S. Giovanni nella tradizione cristiana

Le pratiche popolari magico-rituali

Il Saba magico di S. Giovanni

Le ricette magiche

La festa nella tradizione di Prizzi

La festa ad Alessandria della Rocca

Il “muzzuni” di Alcara Li Fusi

La festa di S. Giovanni Battista ad  Acitrezza, o “u pisci a mari” (16 - 25 GIUGNO)

Le leggende e le tradizioni in Val Camonica

Le tradizioni della Notte di San Giovanni in S. Giovanni in Marignano

Credenze nel Comune di Edolo

I fuochi ad Alicante e Valencia

Suoni di foresta in Perù  per la festa di S. Giovanni

Altri culti nel mondo

Tradizione evangelica ed esoterismo in Giovanni Battista

L’arte e il bel S. Giovanni a Firenze

I fuochi di S. Giovanni nella tradizione cristiana

La natività di San Giovanni Battista fu fissata fin dal tempo di S. Agostino (354-430) al 24 giugno, cioè sei mesi prima della nascita di Gesù, il 25 dicembre, secondo quanto aveva annunciato l’arcangelo Gabriele a Maria. Essa è fatta coincidere quindi nella tradizione cristiana con il solstizio di estate, che astronomicamente cade in realtà il 21 giugno, cambio di direzione del sole e inizio di una nuova stagione, fenomeno opposto al solstizio di inverno che celebra la nascita di Cristo, ma cade in effetti il 22 dicembre. È  il momento particolare e magico in cui il sole percorre il suo più lungo viaggio nella volta celeste.

La ricorrenza, come tante altre cristiane, è di radice pagana ed era diffusa in tutte le culture primitive, che davano estrema importanza al sole e all’osservazione del suo moto, nell’alternarsi delle stagioni in simbiosi con la vita vegetale e animale sulla terra. Questa grande festa sostituiva perciò gli antichi riti che si svolgevano intorno al solstizio d'estate, e riprendeva tutti i caratteri tipici delle feste di inizio di un ciclo stagionale. Era più viva nei paesi nordici, date le loro condizioni climatiche, ma ebbe una diffusione mondiale assieme ai suoi prodigi e presagi, le credenze e gli usi popolari, come i famosi “fuochi di S. Giovanni”, i complessi rituali di purificazione e propiziazione.

In epoca precristiana il giorno del solstizio era considerato sacro al pari del capodanno e perciò si usava nella ricorrenza trarre presagi. In questo giorno si riteneva che avviene l’unione delle due opposte polarità che si incontrano: il Sole, simbolo del fuoco divino entra nella Costellazione del Cancro, simbolo delle acque dominato dalla Luna. Perciò, essendo il Sole, la parte maschile e la Luna quella femminile, il Sole raggiunge nel giorno la sua massima inclinazione positiva. Il fenomeno è rappresentato simbolicamente dalla stella a sei punte, dove si incrociano i triangoli di fuoco e acqua.

 Il sincretismo tra riti solari, diffusi in aree assai lontane tra di loro, dall’Egitto alle regioni messicane e andine, e la religione cristiana diede origine a culti, riti e forme magico-tribali assai diverse. Tali riti magici, radicati nella psiche delle società primitive, al momento della cristianizzazione, sopravvissero e si sovrapposero alla nuova dottrina di salvezza. Alcuni di tali riti sono presenti e intrinseci alla cultura religiosa di molti popoli dell’America latina e soprattutto in Brasile, ma anche a Cuba.

A Roma il calendario dei Fasti celebrava nei due solstizi la Fors Fortuna e il Sol Invictus. Una serie di tradizioni, a metà tra il sacro e il profano, spesso assai curiose e legate alle superstizioni e alle primitive radici magiche, sopravvivono nella memoria religiosa popolare come relitti di un immenso naufragio culturale e antropologico, delle quali si è perduto l’originario significato e il loro profondo e reale simbolismo, tanto da essere ritenute espressione di folklore, di pure tradizioni popolari, superstizioni di un popolo rozzo e ignorante, non sfiorato ancora dalla “civiltà”.

Il rito del fuoco, , anch’esso risalente ai popoli primitivi, che avevano mutato il loro stadio di civiltà con la sua scoperta, essendo un culto prevalentemente solare, predominava ed era diffuso pure in tutte le culture cristiane. Già in epoca storica la straordinaria scoperta, quasi un furto sacrilego nei riguardi della divinità, era punita nel mondo greco in Prometeo, incatenato nelle rupi della Scizia, perché “rapitore del fuoco” divino. Tanti altri erano i miti ancora in epoche più recenti, tra i Maia e gli Atzechi.

La notte della nascita di S. Giovanni, quando il sole si trova al momento massimo del suo splendore, è stato in tutta Italia, ma anche e principalmente nei paesi nordici, il momento clou della ricorrenza, quando le campagne e le città si riempivano di altissimi e imponenti fuochi, per rendere propizia la crescita della natura.  Nuto in La luna e i falò di Cesare Pavese chiarisce che essi “svegliano la terra”. A Firenze si ponevano sui tetti delle basiliche dei pentoloni di terracotta, pieni di grasso, che producevano dei fuochi tanto fulgidi da potere essere visti da lontano. Ma soprattutto nei campi si accendevano focolari propiziatori, per allontanare il maligno e proteggere i campi. Le fiamme si tenevano in vita fino all'alba, momento in cui si spegnevano per lasciar spazio al più fulgente dei fuochi: il sole.

I fuochi di san Giovanni riprendono la tradizione di antichi riti pagani, probabilmente celtici, legati al solstizio d'estate. Sono praticati dall'Irlanda alla Russia, dalla Svezia alla Grecia, dall’Italia alla Spagna. In Austria, nel Salzkammergut e nella zona di Bad Goisern, vicino ad Hallstatt (culla della civiltà dei Celti) si usa ancor oggi accendere la sera del 23 giugno grandi falò sui fianchi delle montagne. Documenti del XVI secolo testimoniano tale consuetudine in quasi tutti i paesi della Germania. I rituali intorno al fuoco erano connessi alla fertilità del raccolto, alla salute, alla buona sorte, servivano per proteggere dai fulmini.

Le pratiche popolari magico-rituali

Fin dal 1871 Giuseppe Pitrè, medico e a tempo perso raccoglitore di fiabe e leggende popolari nella sua celebre Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, - “volumi di porcherie”, secondo un critico del suo tempo  -, raccolse per la scrittrice tedesca Ida von Reisenberg i riti popolari intorno a S. Giovanni. Così pure Frazer, nel suo Ramo d’oro, dedicò diverse pagine alle tradizioni a lui legate. Esse sono assai numerose e si possono distinguere in riti propiziatori, divinatori e terapeutici.

Conservano la loro primitiva natura propiziatoria soprattutto i fuochi o falò che si accendono in tutto il mondo cattolico la vigilia della sua festa. Frazer dedica largo spazio ai “fuochi di mezz’estate o di S. Giovanni” e ritiene che la celebrazione dati da molto tempo prima del principio dell’èra nostra”. Ne rintraccia il rito in tutte le società cristiane, dall’Irlanda alla Russia dai paesi scandinavi, alla spagna e alla Grecia, ma anche fra quelle musulmane, in Marocco, in Algeria, fra i Berberi. Secondo un autore medioevale, il rito del fuoco si sviluppava in tre forme: i falò, le processioni per i campi con le torce accese, l’uso di far ruzzolare una ruota di fuoco. Molto diffuse era l’uso di bruciare erbe aromatiche, come artemisia, verbena, timo, ruta, camomilla, geranio, menta. Si ritenne pure augurale saltare sulla fiamma, tenendo chiare  in mente le cose che si sarebbero volute vedere cambiate nella vita. Il desiderio deve essere manifestato mentalmente, ma con intensità e purezza al momento del salto, perché abbia ottime possibilità di realizzarsi. In Sardegna invece, con una interpretazione più pratica legata forse ai mali ricorrenti dei suoi paesi, i fuochi sono ritenuti terapeutici contro la rogna o i dolori addominali.

Il fuoco era il simbolo più antico di purificazione, come la rugiada del mattino. Pure in Russia meridionale e orientale, secondo Frazer, le donne si bagnavano in folla nel giorno di S. Giovanni, senza togliersi i vestiti, mentre immergono nell’acqua un fantoccio fatto con rami ed erba, che rappresenta il santo.

Se si comperava l’aglio nella ricorrenza, si sarebbe avuto un anno prospero.

Per accrescere i guadagni, bastava cogliere a mezzanotte un ramo di felce e tenerlo in casa.

Si mettevano sotto il guanciale le “erbe di S. Giovanni”, legate in mazzetto in numero di nove, compreso l’iperico, per avere sogni premonitori. Ma pure bastava portare all’occhiello nella notte della festa un ramoscello di iperico per proteggersi dalle streghe. Si crede a Chiaramonte che esse accrescerebbero la loro potenza in questa notte. La credenza nelle streghe era viva anche a Firenze, tanto che dal Due al Cinquecento si usava suonare le campane di tutte le chiese dal tramonto all'alba per impedire alle streghe di fare complotti o cogliere le erbe nocive.

Per sconfiggere le avversità, bastava mangiare le “lumache di S. Giovanni”, con tutte le corna che simboleggiano discordie o preoccupazioni.

Per riacquistare le forze nei momenti di bisogno, occorreva raccogliere le noci ancora immature e preparare il “nocino”, liquore corposo da bere in futuro gradualmente.

Si credeva che la ragazza che, guardando il sole all'alba, vi avesse visto la testa decapitata di San Giovanni, si sarebbe sposata entro l'anno. Addirittura in Sardegna si ritiene ancora che il sole all'alba saltelli tre volte prima di innalzarsi in cielo, come la testa di Giovanni Battista decapitato.

Assai vasto è il campionario delle pratiche divinatorie. La credenza più diffusa era quella di ricavare presagi sul futuro sposo dal diverso disporsi del piombo fuso lasciato cadere nell’acqua di una bacinella. Si crede di potere indovinare il mestiere dalla forma che prende la farina che è setacciata. Era di buon presagio se un fiore dai petali bruciacchiati lasciato quella notte all’aperto fosse restato “vegeto e ravvivato”. Le ragazze di Erice traggono vaticini da una mela gettata in mezzo alla strada: guai se la raccoglierà un prete, meglio se sarà un uomo, nulla di fatto se sarà una donna. Le donne di Milazzo, dopo la novena, traggono responsi dalla prima frase che udiranno in strada. A Palermo le moglie dei marinai andavano al molo e chiamavano i mariti e credevano di riceverne risposte. S. Giovanni, secondo un’altra tradizione popolare, usava favorire gli incontri e i fidanzamenti, già avviati nel Calendimaggio. Perciò si invocava S. Giovanni Battista: “Protettore delle vedovelle, padron delle donzelle, Voi che ne avete per tutte, serbatene anche per me...”. Le zitelle di Palestrina, invece, invocano S. Antonio il 13 giugno in una processione.

Assai strana ed originale era la corsa di  qualche dozzina di uomini di Monterosso che trasportavano alla vigilia della festa per tutto il paese un pioppo colossale con tutti i suoi rami al grido di “Viva lu Santu Travu”, mentre su di esso due uomini battevano tamburo e grancassa. Il rito, citato da Pitrè,  era diffuso in vari paesi europei, soprattutto in quelli dove era sentito il culto degli alberi. Nei paesi di montagna dell’alto Harz in Germania si alzavano come riti di mezz’estate alti pini nelle piazze, si adornavano di fiori e di uova dipinte di giallo e di rosso. Intorno ad essi danzavano di giorno i ragazzi, di sera gli adulti. Pali di maggio, in genere il 1°, o di mezz’estate di alzava alla vigilia di S. Giovanni in Boemia: i ragazzi drizzavano in un’altura un alto pino, che le ragazze ornavano  di fiori, ghirlande e nastrini rossi e bruciavano alla fine della festa[3]. Poteri divinatori, che sfioravano la magia, aveva il santo venerato nella chiesa di Marsala costruita sull’antro della Sibilla lilibetana e i suoi responsi non  sempre erano benevoli. Tali riti non dovevano essere accetti alla chiesa, se in un confessionale del XV secolo della Biblioteca comunale di Palermo era chiesto al penitente, se durante tale festa avesse fatto “incantacioni ad erbio y ad cristalli et altri cosi mali chi si fanu in tali jornu”. Dovettero intervenire ancora due secoli dopo i sinodi diocesani per condannare tali pratiche, ma con scarsi effetti. La pratica di sortilegi e riti propiziatori era tanto radicata nella coscienza collettiva che si mantenne intatta con le sue paure ancestrali del futuro e con le speranze di poterle incanalare. Alcune credenze sui poteri sovrannaturali che si sprigionano nella ricorrenza di questa festa hanno un duplice aspetto: in Sicilia si teme la vendetta del Santo contro coloro che non hanno rispettato il comparatico; in Sardegna, presso i marinai è credenza che S. Pietro voglia ogni anno la sua vittima, poiché le feste di S. Giovanni si chiudono a S. Pietro. Il Santo pertanto richiede profondo e sincero rispetto, altrimenti piomba sull’empio la sua collera, come su quel contadino irridente di Capaci che volle far lavorare i suoi uomini nel giorno della sua festa. Il terreno dell’aia si spalancò, come riporta Pitrè, e inghiottì tutti, uomini e animali. Oppure del campanile che fece crollare sui preti della Collegiata di Castelvetrano che litigavano.  In altri comuni si tramandava del terreno che rumoreggiava e di grida confuse nel giorno del Santo. Ad Acireale restava stregato chi si addormentava sotto un albero, se prima non avesse rotto un ramo. Il rito mi rievoca il coltello che mio padre infiggeva nell’immenso noce di Martino, quando alla calura meridiana mi disponevo ad addormentarmi sotto la sua fronda. Perciò ancora oggi il senso di paura per quel sortilegio contro un male misterioso ed oscuro. Di erbe e prodotti di uso terapeutico, legati al giorno di S. Giovanni, abbiamo un vasto campionario. Nel giorno della nascita i contadini lombardi e piemontesi raccolgono foglie di quercia per preparare “l’olio di S. Giovanni”, che si ritiene che guarisca tutte le ferite procurate con arnesi taglienti. Forse in origine l’olio era il vischio o un suo decotto. In Inghilterra si credeva che la quercia fiorisse alla vigilia di S. Giovanni e che i fiori appassissero prima dell’alba. Frazer ritiene che questo fiore caduco fosse il vischio “nel suo carattere di ramo d’oro”, quel ramo che raccolse Enea nel bosco di Aricia. Nel Galles il ramoscello di vischio colto alla vigilia di S. Giovanni e messo sotto il cuscino propizia sogni profetici.  Il ramo di vischio assume un color d’oro qualche mese dopo essere stato raccolto.  Così il popolo attribuisce al seme della felce che splende come l’oro la virtù di far scoprire e portare alla luce tesori nascosti, se portato nella notte di S. Giovanni. Ma nello stesso tempo il colore rosso è paragonato all’emanazione del fuoco del sole nei due solstizi. Perciò la quercia fu adorata dai Druidi quale dio del fulmine e del cielo.

Ad Atene, addossata ad una colonna antica, c’è una cappelletta dedicata a S. Giovanni. Si crede che i malati di febbre, attaccando un filo cerato al lato interno della colonna, possano trasferire la febbre al pilastro.

Il Saba magico di S. Giovanni

Era uno dei sabba minori, considerato momento propizio per la raccolta delle piante e delle erbe da usare nelle pratiche magiche. Già nella notte tra il 23 e il 24 giugno si usava bruciare le erbe vecchie nei falò e si andava alla raccolta delle nuove. Inoltre si adottavano diversi tipi di pratiche per conoscere il futuro, secondo il detto che “San Giovanni non vuole inganni”. Si riteneva in magia che in questo preciso e giusto arco di tempo tutte le piante e le erbe sulla terra fossero influenzate da straordinario potere e forza, che donava loro anche il bagno della rugiada.

Secondo la tradizione occulta, l’incontro del Sole nella casa della Luna, condurrebbe alle nozze tra i due astri, nozze divine che segnano il passaggio tra il mondo umano e quello divino ed eterno e danno origine alle opposizioni dei poli: maschio-femmina, luce-tenebra, positivo-negativo, ecc. I due solstizi perciò sono chiamati “porte”: il solstizio estivo, porta degli uomini, quello invernale, porta degli dei. La Chiesa cristiana ha tentato di ostacolare tali pratiche con solenni celebrazioni, con scarsi risultati, dato che esse sono radicate nel costume popolare che ne riprende i riti.

Le ricette magiche

Predizione del futuro con l’albume dell’uovo

La divinazione attraverso l’albume dell’uovo è assai semplice. Per la preparazione di questa predizione occorre una bottiglia di vetro bianco, attraverso la quale si possa vedere facilmente in un imbuto un uovo e acqua di sette fonti. Tuttavia più elaborata è la procedura pratica. Bisogna iniziare la ricerca della bottiglia alcuni giorni prima del 24, ottimo il giorno preciso del solstizio, il 21. Bisogna eliminare ogni etichetta, meglio se immergendola in un catino di acqua per scollarla completamente. Bisogna lavarla accuratamente per togliere ogni residuo di carta e del liquido che conteneva originariamente. Messa da parte la bottiglia, ci si procura un uovo, sconsigliabile quello di supermercato, lavato e trattato. Sarebbe preferibile prenderlo direttamente dal pollaio, appena fatto dalla gallina, pulendolo con le mani, ma senza fargli toccare acqua o vedere troppo la luce. Se ciò è difficile, ma non impossibile nelle grandi città, dove ci sono nelle periferie ancora dei pollai, si può comprare dal droghiere sfuso e trattarlo nello stesso modo. L’uovo sarà messo da parte all’ombra. La sera del 23 inizia la vera procedura: presa la bottiglia si va alla ricerca di sette fonti. Bisogna calcolare bene la quantità di acqua da prelevare da ogni fonte, in un gesto di carattere simbolico. Al  termine la bottiglia deve essere piena poco più della metà, per potere contenere anche l’albume che non deve salire fino al collo. Per non sbagliare e vanificare il lavoro si consiglia di mettere poca acqua dalle prime sei fonti e raggiungere il livello ottimale con la settima. Tornati a casa, si prenderà l’uovo, conservato in luogo fresco (vietato il frigorifero!), si inserirà l’imbuto nel collo della bottiglia, si spaccherà il guscio nella metà e si farà scivolare solo l’albume, avendo cura di versarlo tutto, facendo scivolare nei gusci più volte il tuorlo. Gusci e tuorli, riposti in un bicchiere, dovranno essere gettati via il giorno dopo. Infine si può prendere la bottiglia e portarla e appoggiarla sul balcone o il davanzale di una finestra, dove sarà esposta per tutta la notte alla luce della luna.

Solo il mattino dopo si andranno a vedere le forme che l’uovo avrà generato nella bottiglia e trarne le nostre interpretazioni. La traduzione delle forme è assai semplice, in riferimento ai significati che si daranno. Tali forme assunte dall’albume nella bottiglia hanno vita breve. Già nel primo pomeriggio si scioglieranno e raggrumeranno verso il collo della bottiglia.

L’uovo esoterico

L’uovo nella simbologia esoterica è in relazione al numero zero, è simbolo di occultamento, di contenitore che nasconde al suo interno qualcosa che non si vede ma che esiste e che diverrà palese ai nostri occhi quando il guscio protettivo verrà aperto. L’uovo è un elemento di congiunzione tra due piani vitali diversi.

In alchimia l’uovo è anche quel canale di vetro che conduce all'ATHANOR il crogiuolo alchemico entro cui si materializza, dopo varie fasi, l'oro fecondo. Nell'uovo è possibile scorgere inoltre due forme geometriche perfette: il triangolo e il cerchio. Il triangolo rivolto verso l'altro è il simbolo del divino e della vita congiunta al cerchio di protezione. E in fondo l'uovo cos'altro è se non un involucro protettivo entro il quale si sviluppa una nuova vita?

L'uovo, per le sue strette correlazioni con le simbologie alchemiche ed esoteriche, è molto usato nelle pratiche magiche positive.

"... unguento unguento
mandame alla noce de Benevento
supra acqua et supra vento
et supra omne maltempo ".

Quando da bambino andavamo a Martino, cercavo refrigerio alla calura meridiana riposando su una pelle di capra sotto un noce immenso, che con le sue dense fronde offriva ombra fitta. Mio padre estraeva il suo coltello a punta e lo configgeva nel tronco. Allora per me il gesto, spogliato dall’ignota e arcana ritualità, manteneva qualcosa di tenebroso e oscuro. Lontano da me il pensiero di lontane origine nordiche del rito, portato fin qui da qualche tedesco ospite dell’albergo della Margana, dell’origine druidica del noce"albero delle streghe". Intorno ad esso nella tradizione popolare le streghe si riunivano a convegno nella notte di San Giovanni. Proprio in questa notte misterica si devono raccogliere le noci, dette di San Giovanni, per la preparazione del nocino, il liquore ottenuto dall' infusione di noci ancora immature nell'alcol per qualche settimana, con l’aggiunta di qualche aroma speziato come la cannella e i chiodi di garofano.

L'albero del noce era considerato sacro per le streghe,  ma non per i contadini che lo piantavano a distanza dagli altri alberi da frutto: radicata era la credenza che esso fosse ermafrodita, raggiungesse anche 300 anni di età, ma fosse velenoso e contagiasse con la sua influenza negativa il terreno su cui cresceva. Perciò in alcuni paesi si piantava lontano dagli altri alberi da frutta.

Le lumach. Un uso di Roma è cucinare, per San Giovanni, e mangiare le lumache, specialmente nelle trattorie all'aperto di Trastevere.  Esse vengono condite con aglio, pomodoro e peperoncino. L’uso di mangiare le lumachine, condite in questo modo, si mantiene a Palermo in occasione della festa di S. Rosalia.

Le erbe di S. Giovanni

Le erbe di S. Giovanni più note erano il comunissimo aglio e l’iperico. L’aglio era ritenuto una pianta che proteggeva dalle creature malefiche. Il suo nome, di origine sanscrita, significava già dai lontanissimi tempi della sua scoperta in agricoltura “uccisore di mostri”. Nella nostra infanzia forse nessun bambino prizzese sfuggì alle collane fatte con spicchi di aglio, senza tunica, che con il suo odore penetrante avrebbe dovuto liberarci dalle tenie, facili a dimorare nei nostri stomaci, dato che giocavamo in strade di terra battuta. Oggi più praticamente e scientificamente è usato in medicina come vermifugo, ma ingerito. I petali rossi dell’iperico, detto volgarmente perico e anche scacciadiavoli o antidiavolo, erano ritenuti pregni del sangue del Santo. Erano diffuse pure come erbe del Santo l’artemisia, sacra ad Artemide-Diana, simboli lunari, ermafrodita per i suoi fiori femminili e maschili, detta anche amarella, assenzio selvatico, erba o corona di S. Giovanni, la verbena, pianta ritenuta medicamentosa oggi usata come profumo, simbolo di pace e prosperità, e la ruta, di odore aromatico forte e poco gradevole, detta anche “erba allegra”, efficace talismano contro il maligno. Il tipico cibo di questa festa sono le lumache. Per procurarsi le erbe curative, tra cui è apprezzata anche la valeriana, si deve andare a mezzanotte, nudi, con una candela in mano oppure con le mani dietro le spalle. Queste erbe servono anche per i filtri d'amore.

Tradizioni locali

1.   La festa nella tradizione di Prizzi

Nel paese sicano due elementi antichissimi si mantenevano nell’anniversario della nascita del Battista: il momento propiziatorio di diffusione universale del falò e l’aspetto divinatorio della predizione attraverso lo scioglimento del piombo nell’acqua. Entrambi si sono persi nell’immane naufragio che sta producendo nelle comunità rurali la globalizzazione con l’annullamento della memoria collettiva che per secoli è stata impermeabile agli innesti esterni. Questo lo scotto che la società moderna sta pagando con il pretesto della modernizzazione e del progresso. I gruppi industriali e commerciali multinazionali stanno spazzando via le cosiddette incrostazioni di arretratezza culturale per sostituirli con nuovi miti culturali, certamente più rovinosi dal punto di vista della salute fisica e morale, con nuove ideologie universali spacciate attraverso spot allettanti in cui è ormai assolutamente impossibile distinguere il vero dal falso, ma che si presentano inoppugnabili, perché propalate come realtà scientifiche. Perciò meritoria la manifestazione promossa dall’assessore Faragi nel 2007 nello spiazzo adiacente alla parrocchia di S. Giovanni, che intendeva rievocare il particolare falò di Prizzi. Questo si distingueva infatti dalla tradizione universale dei fuochi, prototipi solari, perché il protagonista era il pagliaio (u’ pagghiaru). Nella tradizione prizzese che si spinge fino a recente memoria esso si costruiva davanti alla chiesetta del santo e poi gli si appiccava il fuoco. I ragazzi saltavano sopra alle fiamme in una sarabanda di tripudio e di gioia. Non ho trovato altra notazione né alcuna spiegazione del salto, che si era trasformato in un semplice gioco dei ragazzi. Ignota anche e non spiegata la scelta della costruzione. Certamente il pagliaio, persistente nel territorio dei monti Sicani, è testimonianza più interessante dell'archeologia rurale siciliana e si mantiene come la manifestazione più evidente del rapporto uomo-ambiente. Esso esprime, nella società del cemento armato e della cultura abitativa intensiva, una eccezionale ed unica “permanenza culturale” di tecnica edilizia, apparsa nelle società nomadi primitive e tramandata  da padre in figlio sino a qualche anno fa, il segno più evidente dell'allevamento nomade.  Il pagliaio era il tipo arcaico della casa contadina, che la società agricola produsse per risolvere le esigenze del ricovero rurale e che fino al secondo dopoguerra si affiancò alla casetta rustica in muratura, ricovero povero e provvisorio da rinnovare quando la paglia che costituiva la copertura dell’ossatura di sostegno diventava putrida. Probabilmente nel suo rogo era palese il primitivo e profondo rito della purificazione ad inizio del nuovo anno, ma anche la materiale esigenza di rinnovo del ricovero per le bestie e spesso anche suo.

2.   La festa ad Alessandria della Rocca

La devozione per San Giovanni Battista in Alessandria della Rocca è molto antica.

La chiesetta fu costruita nel nuovo quartiere di espansione che si formò su una terra ripida e fangosa, nel 1640 dall'arciprete Don Onofrio Ansalone, in seguito a concessione della Baronessa Donna Elisabetta Barresi, signora di Alessandria. I fedeli la adornarono con la statua di San Giovanni Battista, il precursore di Gesù Cristo, e quella di Santa Lucia, per i quali santi manifestarono sempre grande devozione.

Il culto di San Giovanni ha origini particolari, forse un’interpretazione popolare e materiale dello spirito. Si dice che sia il protettore della testa. Uno storico locale attribuisce la dedica  al Santo “perchè allora tanta gente soffriva di mal di testa o dava segni di squilibrio mentale e lo pregava perchè intercedesse presso Gesù, per concedere la grazia della guarigione e provvedesse anche a "guardarici lu sensu"”.

I giorni precedenti i fedeli fanno il pellegrinaggio, alcuni a piedi scalzi, altri in ginocchio, portando candele, mazzi di fiori, lumini e chiedendo al Santo grazie, in particolare quella della salute della mente.

La credenza popolare vuole "ca lu Santu s'addrummisci tri jorna prima di la so festa, pi 'un vidiri chiddri ca 'un ni la guardanu; quannu s'ddriviglia ci dicinu ca già passà" e così rimane deluso e turbato.

Alla messa i fedeli portano il pane, che dovrà essere benedetto, su un vassoio ricoperto da candide tovaglie e contornato da garofani e da "citronella". Al pane, impastato alla maniera tradizionale, è data una determinata forma, che è quella che raffigura la testa del Santo o anche quella del Santo bambino o di una parte del corpo per cui si chiede la grazia e, prima di essere infornato, è spennellato con tuorlo d'uovo e con la "scorcia" dello stesso gli vengono raffigurati gli occhi.

Al passaggio della "vara", in legno massiccio e pesantissima, le persone che hanno fatto una "prummisioni" aspettano che la processione passi davanti la propria abitazione o si fermano "a la cantunera" per fare la propria offerta. La folla si accalca per asciugare con i fazzoletti l'effige di San Giovanni, per poi "stujarisi" la propria fronte: segno questo di grande devozione, ma anche di timore visto che è protettore della testa. Infine non c'è persona che non porti a casa qualche fiore benedetto, tolto dalla "vara".

Tuttavia la tradizione tipicamente alessandrina è quella "di lu lavureddru". Giorni prima della festa, sono messi tra due batuffoli di cotone imbevuti di acqua alcuni chicchi di grano e si lasciano al buio fino a quando germogliano. Il giorno della festa si staccano gli steli, e ognuno sceglie la persona che più gli fa simpatia e glielo fa spezzettare in tre parti: una è gettata per terra, un'altra consegnata alla persona che diventa figlioccio/a, che la mette in bocca, così pure per l'altra parte che viene data alla persona che diventa padrino o madrina. Si poteva diventare anche cumpari o commari donde il tradizionale titolo di "cummari a San Giuvanni". Allo stesso modo si poteva procedere con i pistilli del garofano, fiore che caratterizza tuttora la festa di san Giovanni. Durante il rito le parti incrociavano i mignoli e si recitava la filastrocca:

"Cummari e cummareddra

semmu junti a la valateddra

'nzoccu avemmu nni spartemmu

a la morti nni juncemmu!"

 San Giuvanni fu lu primu…

(pubblicato dal Comitato nel 1995)

3.    Il “muzzuni” di Alcara Li Fusi

Nell’antico borgo del Parco dei Nebrodi la data era scelta per stringere il vincolo del comparatico, “rispittari u’ San Giuvanni”, cioè convalidarlo simbolicamente richiamando il rapporto che aveva stretto nel battesimo S. Giovanni e Cristo. Il sacro vincolo è richiamato in diversi paesi, come per esempio a Prizzi. Inoltre nella sera della ricorrenza ad Alcara si addobbano angoli di strada e cortili con le “pezzare” (coperte), sulle quali sono disposti artisticamente cibi vari intorno al “muzzuni”, un collo spezzato di brocca, decorato con oggetti d’oro di famiglie del paese. Dal collo mozzato, di evidente simbologia fallica, fuoriescono germogli grano cresciuti all’ombra, il cosiddetto “lavureddu” che è fatto crescere e deposto nei “sepulcri” del Giovedì Santo. Qui si intrecciano il culto del grano del mitico giardino di Adone e Cerere e l’oro, espressione di ricchezza e un oggetto sussidiario nei momenti di difficoltà del corredo della sposa (u’ ‘ntrizzu), che ancora oggi nei paesi siciliani è esposto alla vista di amici e parenti per provare la sontuosità dei doni nuziali. L’origine fallica precristiana si lega al corpo tronco del Battista decollato. Per la sacrilega mistione di pagano e cristiano, ma soprattutto per l’idiosincrasia cattolica nei riguardi del sesso, nel questionario di esame di coscienza i prelati avevano inserito pure la domanda: “Hai fatto il ‘muzzuni’ per San Giovanni?”.

Il lavureddu di Adone

Lo stesso rito è del comparaggio e del giardino di Adone era diffuso in Sardegna. Alla fine di marzo o il 1° di aprile un giovane richiedeva ad una ragazza di divenire comare. Alla fine di maggio la ragazza prepara un vaso di sughero, detto erme o nenneri, e vi semina grano e orzo. Il giorno di S. Giovanni i due giovani accompagnati da un corteo vanno in chiesa e rompono il vaso contro la porta della chiesa. Seduti in circolo sull’erba, mangiano uova ed erbe e bevono vino passandosi la coppa. Poi tenendosi per mano cantano “Compare e comare di S. Giovanni”. La festa continua con balli fino a sera. Ad Ozieri si segue lo stesso preparativo. Poi la vigilia si drappeggiano i davanzali di ricchi tessuti e vi si pongono vasi adorni di seta. In ogni vaso si usava mettere una statuetta o una bambola di pezza, vestita da donna, o un simulacro di cartone a forma di Priapo, uso proibito dalla chiesa e non più in uso. I giovani passano in rassegna i vasi aspettano in piazza le ragazze. Qui si accende un grande falò intorno al quale danzano. I giovani e le ragazze che vogliono divenire compari e comari fanno passare da parti opposte per tre volte sul fuoco un lungo bastone del quale stringono le estremità e mettono per tre volte le mani sulle fiamme, come sigillo della relazione.

4.    La festa di S. Giovanni Battista ad  Acitrezza, o “u pisci a mari” (16 - 25 GIUGNO)

Ad Aci Trezza, si svolge una vera e propria pantomima, detta "U pisci a mari", tradizione popolare che risale intorno al 1750, anno dell’inaugurazione della statua lignea del suo Santo Patrono.

Si tratta di un rito propiziatorio che riprende in forma parodica la pesca del pesce spada che si svolgeva anticamente con mezzi rudimentali nello stretto di Messina. L’azione ha un registro comico, in cui gli elementi folkloristici diventano talvolta troppo esasperati. Nella pratica delle pesca un marinaio (il "rais") da un’alta antenna piantata in mezzo ad una barca, spiava il pesce che passava per lo stretto. In altra barca a lancia più piccola quattro marinai erano pronti al remo, e, quando la vedetta annunciava con un grido l’arrivo del pesce vogavano con tutte le loro energie sotto la sua guida che li incitava in dialetto, finché il cetaceo, giunto a tiro, era infilzato alla fiocina legata alla canapa che si tendeva dalla barca. Al pesce si dava abbastanza corda, perché non strappasse l’arpione, ma morisse dissanguato. Allora era tirato a bordo da un mare rosseggiante di sangue, fra gli incitamenti festosi di marinai e spettatori e curiosi su altre barche. Il rais sull’antenna pronunciava benedizioni o maledizioni, a seconda dell’esito del lancio. La pesca del pesce spada, unico mezzo di sopravvivenza di un paese di pescatori, rappresentava per il popolo, che nella pantomima diveniva protagonista, la loro eterna lotta ingaggiata con gli elementi naturali, immagine e archetipo del celebre vecchio di Hemingway.

 

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02/11/2007. I diritti delle donne e le pari opportunità. Una relazione su un tema di estrema attualità:

RELAZIONE sul tema “ I DIRITTI DELLE DONNE E LE PARI OPPORTUNITA” (un pensiero alle donne afgane)

A cura della Prof.ssa Rosa Faragi

Convegno organizzato dal Comune di Prizzi L’8 marzo del 2001 in collaborazione con il club UNESCO di Prizzi

(foto tratta da www.medmedia.org)

Si fa un gran parlare oggi di diritti umani. Se ne parla nelle Organizzazioni internazionali come l’ONU, nei Parlamenti statali, sui giornali. Se ne parla o per sottolinearne l’importanza oppure per biasimarne le violazioni e denunciare i Governi che li calpestano. Quasi ogni giorno i quotidiani sono pieni di resoconti di discriminazioni, di massacri, di torture, di oppositori politici a regimi autoritari.. Attribuendo quest’anno il premio Nobel per la pace all’ONU e a Kofi Annan, malgrado i numerosi fallimenti, (ad es non sono riusciti ad impedire il genocidio in Ruanda, i 500 caschi blu presi in ostaggio in Sierra Leone ecc), gli accademici scandinavi, hanno voluto ribadire i valori  spesso umiliati di cui questa Organizzazione è espressione. Una iniezione di coraggio dunque, poiché adesso l’attende, (dopo i successi in Kosovo, la lotta all’AIDS, la creazione del tribunale ONU per giudicare i crimini di guerra in Ruanda e nell’Ex Iugoslavia, il programma di aiuti alla popolazione irachena dopo l’embargo) una difficilissima sfida: “lavorare per la ricostruzione  nazionale dell’Afghanistan ”. Intanto, per le attuali emergenze umanitarie in Afghanistan, le Nazioni Unite hanno chiesto 268 milioni di dollari alla comunità internazionale, ma finora sono stati stanziati solo 52 milioni di dollari e ciò dimostra, un preoccupante disinteresse.

 Il bilancio umano ed il quadro socio-economico e culturale dell’Afghanistan è agghiacciante. Da 23 anni (dal colpo di stato comunista del 1978) la popolazione afgana fugge dalla propria terra. Secondo l’Alto Commissario per i rifugiati dell’ONU vi sono più di 5 milioni di rifugiati sparsi tra il Pakistan, Iran, Europa, America ( in più vanno aggiunti i morti civili causati dall’attuale conflitto). Dopo gli attuali bombardamenti, almeno altri 80.000 afghani sono passati illegalmente in Pakistan, affidandosi a trafficanti senza scrupolo che esigono 50 dollari a persona per farli attraversare. E sono i più fortunati, poiché più di un milione di sfollati, i più poveri e i più malati, vagano all’interno dell’Afghanistan incuranti delle bombe che gli piovono addosso, sono più di mille i civili uccisi. A causa della fame e delle malattie, e qui a prescindere dall’attuale conflitto, che tuttavia, non può che aggravare il triste fenomeno, circa il 30% dei bambini muore prima di arrivare a 5 anni. Si calcola ancora che più di sette milioni di afghani sono sottonutriti. Stiamo parlando del paese più povero del mondo dove si vive di misera agricoltura, di pastorizia nomade e si pratica ancora il baratto. Da quando nel 1996 i Talebani  hanno preso il potere, l’Afghanistan è anche il paese più ignorante. Si calcola che oltre il 75% della popolazione è analfabeta. Il paese è privato di ogni struttura di formazione. Alle ragazze è vietato studiare, i ragazzi possono frequentare solo le madrase, le scuole religiose, dove si studia solo il Corano. Com’è tristemente noto, la fonte di entrata prevalente è rappresentata dalla produzione di oppio. L’Afghanistan. ne è il primo produttore. Un affare sporco che frutta migliaia di miliardi, di cui peraltro, al popolo Afgano arrivano solo le briciole. Il tentativo di convertire le colture, come rivela l’Agenzia antidroga delle Nazioni Unite, evidentemente non ha retto. Le coltivazioni alternative, evidentemente, oltre a rendere di meno, non hanno mercato. Gli acquirenti di oppio sono in fila ad ogni stagione. Le leggi di mercato sono spietate (Oggi vi sono fondati sospetti di una relazione diretta tra traffico di droga e terrorismo, si sospetta che  Bin Laden , vorrebbe produrre  una super-eroina, non si sa bene se per indebolire ulteriormente il nemico occidentale, in questo caso rappresentato dal consumatore.) Come si vede c’è da che preoccuparsi! Non c’è dubbio che il regime talebano fanatico, paranoico e privo di qualsiasi legalità vada combattuto. Oggi il nemico numero uno delle nostre libertà è il fanatismo religioso, tanto più devastante quanto più si combina con regimi totalitari. E’ il caso dei Talebani, che hanno instaurato un regime insostenibile e pericoloso. Essi stessi, custodi del traffico di droga,  dopo 6 anni dalla presa di potere a Kabul, non sono stati in grado ne di governare ne tanto meno di ricostruire. Quasi nessuno se l’è sentita di riconoscere il nuovo regime (L’Afghanistan affonda. ma altri regimi militari e dittatoriali che hanno adottato la forma più integralista del Corano esistono ancora, si pensi allo Yemen, alla Somalia, all’Algeria etc.  

Nell’introduzione al libro “ Afghanistan anno zero “ di Giulietto Chiesa- Vauro, Gino Strada (il medico chirurgo di Emergency, Associazione umanitaria che ha come obiettivo assistere le vittime civili dei conflitti, e tutti coloro che soffrono altre conseguenze delle guerre quali fame, malnutrizione o assenza di cure mediche) nel sostenere che l’A. è il Paese più povero del mondo, racconta una leggenda. La storia è questa: “quando Dio creò la Terra decise anche dove piazzare i diversi Paesi: qui l’Italia, più su  la Svizzera, l’Austria, la Germania, o qualcosa di simile. Una volta iniziato questa specie di gioco, dopo aver posato i primi pezzi del puzzle, Dio fu costretto, si racconta, ad adattare un po’ i confini, limando e tagliando, in modo da incastrare tutti i Paesi del Pianeta. Alla fine si trovò con tanti ritagli, striscioline, spigoli, coriandoli, roba di scarto insomma. Allora prese il tutto e lo gettò nel buco che, sul mappamondo, era rimasto vuoto, tra il Medio Oriente, l’Asia centrale e il sub continente indiano. E disse: “ Questo è l’Afghanistan ”. Ho seri dubbi che sia andata davvero così, ma sta di fatto che nel buco, grande poco più di due volte l’Italia, sono finiti 55 gruppi etnici che parlano oltre una ventina di lingue. Nessuno di loro si definisce Afgano, ma pusthun, tagiko, hazarà, uzbeko…Una simile babele non avrebbe potuto perpetuarsi senza l’aiuto fornito dalle caratteristiche geografiche della terra Afgana, inaccessibile e inospitale. L’Afghanistan., da sempre crocevia fondamentale tra la Cina, l’India, l’Asia centrale e l’Europa. Attraverso la “Via della Seta” sono passati oro e argento, tessuti, cotone e spezie e fin da allora…, armi e droghe. Un passaggio obbligato, dunque, dove gli abitanti hanno pagato e pagano un prezzo inimmaginabile per il solo fatto di trovarsi in uno “Stato cuscinetto”. Negli ultimi due secoli ci hanno provato in molti a domare le valli e i deserti. Dall’inizio del diciannovesimo secolo, la Russia zarista, gli eserciti della Corona Britannica, persino Napoleone Bonaparte, hanno a lungo inseguito il miraggio di impossessarsi delle ricchezze dell’India, ignorando, sempre a loro spese che bisognava fare i conti con l’Afghanistan. Il tutto, si è rivelato una grande carneficina. Dopo gli accordi che misero fine  alla prima guerra Anglo-Afghana. nel 1842, ancora oggi, lasciando Kabul in direzione di Jalalabad, si può immaginare il calvario di 16.000 militari inglesi morti di freddo e di fame tra le strette gole e gli alti passi di montagna. Ma le lezioni della storia, sono le più difficili da imparare. Così ci hanno riprovato in molti dai Sovietici, agli Stati Uniti, al Pakistan. A dare la spinta a diverse evoluzioni furono le grandi riserve di petrolio e di gas che venivano emergendo dalle prospezioni attorno alle rive e nei fondali del mar Caspio. Dal 1933 al 1973 l’Afghanistan. è governato da una monarchia assoluta e patriarcale con a capo il re Zahir Shah. Durante la seconda guerra mondiale, il Paese riesce a mantenere l’integrità nazionale e una difficile neutralità. A partire dagli anni cinquanta diventa di fatto un protettorato dell’Unione Sovietica. Kabul cerca l’appoggio dell’URSS in chiave antiamericana, per difendersi da Iran e Pakistan. Mosca, considera nevralgico l’Afghanstan. per il controllo della via verso il mare Arabico, cioè verso il petrolio. Nel 1964 Zahir Shah approva una nuova Costituzione trasformando il regno in una democrazia con libere elezioni e diritti civili. Nove anni più tardi, il suo tentativo di allontanarsi dalla sfera di influenza sovietica, lo costrinse in esilio.Un colpo di stato condusse al potere dei militari filo-sovietici che si alienarono ben presto, con la durezza del loro regime e con riforme moderniste, le simpatie della popolazione, in massima parte rurale e legata fortemente alla tradizione islamica. Nel 1979, i sovietici, decisero di imporre con la forza un governo più fidato, e invasero militarmente il paese. Ne nacque un’accanita resistenza popolare e una guerra senza esclusioni di colpi che ha causato in oltre 8 anni, un milione di morti, 5 milioni di rifugiati (divisi tra Pakistan e Iran). Non si può dire che ai tempi della monarchia, l’Afghanistan. fosse un compiuto Stato di diritto, l’esercito ogni tanto sparava sui dimostranti e, nelle province remote, la giustizia era esercitata dal capotribù secondo codici tradizionali tra i più conservatori del mondo islamico (frustate, lapidazione,  etc), ma se oggi chiedi alle ragazze di “RAWA” (l’Associazione rivoluzionaria delle donne afgane), quale sia stata l’epoca migliore per le donne A., ti rispondono: il tempo di re Zahir Shah. E adesso che quel re in fondo liberale e coraggioso, si appresta a tornare in A.dal suo lungo esilio in Italia, le rivoluzionarie A. sperano che si possa almeno tornare a 30 anni fa quando afgane sedevano nel Consiglio dei Ministri, il velo non era obbligatorio e il sesso non precludeva il diritto all’istruzione e al lavoro senza contare che la polizia segreta non ammazzava, o quanto meno non al ritmo del KGB. Con l’armata rossa un burqa ideologico calò sulle patriote afgane. Tra quelle che scelsero l’esilio, c’era la fondatrice di Rawa, Meenah, assassinata in Pakistan nel 1987.Quando le spararono era da tempo nella lista nera tanto della polizia segreta comunista, quanto dei mujahiddin che combattevano i sovietici, più esattamente della banda di Gulbuddin Hekmatyar, un tagliagole finanziato dai servizi segreti pachistani e armato dalla CIA. Il proto-liberalismo-il femminismo, si sono trovati nella terra di nessuno: bersagli tanto dell’armata rossa, quanto delle milizie fondamentaliste, che dal lato opposto si schieravano con i campioni del “mondo libero”. Fuggita l’armata rossa, i Mujahiddin presero Kaul e se ne disputarono le spoglie con razzi Katiusha. I vincitori instaurarono un regime semi-fondamemtalista, comunque meno sinistro di ciò che sarebbe seguito: il regime integralista e fondamentalista dei Taliban ( per inciso e bene ricordare cosa si intende per fondamentalismo e integralismo parole nate in europa all’interno del mondo cristiano, ma che vengono ora applicate ad atteggiamenti e posizioni culturali e politiche presenti anche in altre religioni, in particolare nell’Islam. Per costoro, poiché con il tempo, la religione si è andata corrompendo e trasformando, bisogna tornare alle origini, ai “fondamenti della religione”. Per es. è stato questo, l’atteggiamento della Riforma protestante del XVI secolo. Ed è questo l’atteggiamento dei kamikaze che si sono scagliati contro le torri gemelle. Questo atteggiamento è frequente in quelle religioni che hanno racchiuso e codificato la rivelazione divina e l’insegnamento delle origini in un libro sacro, come la Bibbia o il Corano. L’integralismo è una cosa diversa, ma affine, esso consiste nel non riconoscere altra realtà che quella religiosa, e nel subordinare ad essa ogni aspetto della vita sociale, civile, politica. E’ considerato integralismo ad es. il non ammettere che la vita politica o l’arte o la scienza possano avere regole proprie e non dettate dalla religione. Il cristianesimo, nel medioevo è stato integralista, esso subordinava il potere temporale all’autorità della chiesa, e la produzione artistica e poetica ai valori della fede. Ancora nel cinquecento-seicento scienziati come Copernico e Galileo vennero condannati per aver rovesciato dottrine tradizionalmente accettate e per aver difeso il diritto alla libertà della ricerca scientifica). Il fondamentalismo dei talebani invita il popolo afgano alla jihad. Il resto è triste cronaca di un regime instaurato per la repressione del vizio e la propalazione della virtù che vieta alle donne lo “ status di persona”. Non c’è cosa migliore che citare alcuni versi della poesia di Meena, la fondatrice di RAWA, dal titolo

 “MAI PIU’ TORNERO’ SUI MIEI PASSI”

 per capire lo stato in ci versano le donne :

 “ SONO UNA DONNA CHE SI E’ DESTATA , MI SONO ALZATA E SONO DIVENTATA UNA TEMPESTA CHE SOFFIA SULLE CENERI DEI MIEI BAMBINI BRUCIATI, DAI FLUTTI DI SANGHE DEL MIO FRATELLO MORTO SONO NATA, L’IRA DELLA MIA NAZIONE ME NE HA DATO LA FORZA, I MIEI VILAGGI DISTRUTI E BRUCIATI MI RIEMPIONO DI ODIO CONTRO IL NEMICO…HO VISTO BAMBINI A PIEDI NUDI SMARRITI E SENZA CASA, HO VISTO… SPOSE INDOSSARE ABITI DI LUTTO, HO VISTO GLI ENORMI MURI DELLE PRIGIONI INGHIOTTIRE LA LIBERTA’ NEL LORO INSAZIABILE STOMACO…HO COMPATRIOTA, OH FRATELLO NON CONSIDERARMI PIU’ DEBOLE E INCAPACE…SONO UNA DONNA CHE SI E’ DESTATA.

In aggiunta alle migliaia di avversità, le restrizioni dei talebani che qui di seguito elenco conducono le donne all’accattonaggio, alla prostituzione o al suicidio. Per esempio le donne non possono lavorare fuori casa, non possono camminare in strada se non accompagnate da un parente stretto, non possono trattare con negozianti maschi, non possono essere curate da medici maschi, vengono lapidate, se accusate di adulterio, non possono dare la mano a uomini non mahram (parente stretto), non possono prendere un taxi, non possono parlare alla radio, apparire in televisione o partecipare ad incontri pubblici, non possono ridere ad alta voce, non possono fare sport, incontrarsi per scopi ricreativi, non possono affacciarsi al balcone delle loro case, le finestre devono essere oscurate con la vernice, non hanno a disposizione bagni pubblici, non possono viaggiare che su autobus a loro riservati. Quella delle donne è in sostanza una vita senza diritti, senza futuro, ostaggi del regime. Roba da medioevo in sostanza. Per le donne che contravvengono ai dettami dei talebani, la punizione è immediata. Se una donna semplicemente fa del rumore camminando, può essere picchiata da qualunque uomo incontri. Adesso sotto le bombe tutto è più difficile. Le donne afgane vivono la guerra, nella prigione che i talibani hanno imposto loro e che ora rischia di diventare una tomba per mano degli americani.Un bimbo afgano ha disegnato la madre così come la vede: un fantasma senza braccia e senza volto, cancellata dal “burqa”.Tutto ciò è semplicemente una barbarie. Molte donne come, la giovane LAIDA OMID non reggono e si suicidano. In ricordo di questa ventenne ragazza istruita e di talento, citiamo alcuni versi di una tra le tante sue poesie  dal titolo “ Razza del trono, fermatela ” dove si evince, il suo profondo odio per i fondamentalisti che hanno distrutto il suo paese, la sua gente, il suo spirito.

GUARDA IL CIELO - SPARGI AMARE LACRIME - BAMBINI SENZA META - MADRI DERUBATE - MENDICANTI DAPPERTUTTO- INVERNO SENZA FINE -  RAGAZZI ORFANI – NEMICO - OH NEMICO- PER QUANTO ANCORA- SUCCHIERAI IL SANGUE?- LA GENTE E’ ADDOLORATA  -  LA MIA KABUL S’E’ TRASFORMATA IN ROVINE- PER LE TUE SPORCHE MANI - PER QUANTO ANCORA LA DISTRUGGERAI?…-PER QUANTO ANCORA AMMAZZERAI  VAGANTE NELLA MONTAGNA-…COL NOSTRO SANGUE CHIEDIAMO LA NOSTRA TERRA.”

Lo stesso giorno, 18 Aprile 1994, un’altra donna afgana, la sposa del preside Noor Ahmed, si è bruciata gettando benzina sul suo corpo nella città di Herat. I versi di cui sopra, rappresentano solo una minima parte di ciò che succede in questo paese oggi e da parecchi decenni devastato. I giocatori patriottici che sostengono l’indipendenza nazionale, la democrazia, i diritti e i valori umani e guardano al futuro e non al passato, sono stati energicamente respinti dal palco. Se, la Rawa e gli altri gruppi laici e democratici, avessero avuto un minimo di sostegno internazionale, lo sfortunato A., non sarebbe rimasto alla mercè dei selvaggi, dei misogini e medievali talebani. A causa della visione di parte dello scenario afghano, gli aiuti umanitari internazionali sono arrivati attraverso organizzazioni non governative, le quali hanno trovato comodo e pratico servirsi di gruppi o partiti religiosi oscurantisti e di equivoche organizzazioni locali “apolitiche” per le consegne, andando così a foraggiare i nemici del popolo A. e assegnando pochi fondi ad associazioni come Rawa che lottano per i diritti delle donne, fornendo strutture sanitarie e servizi di scolarizzazione per donne e bambini.

Il Presidente francese Jacques Chirac in un discorso pronunciato alla Conferenza generale dell’Unesco e ripreso dal quotidiano “La Repubblica”, sotto il titolo “ La sfida delle culture in un mondo globale”, nel ribadire il pericolo che il XXI secolo sconfini in uno scontro tra civiltà, trappola tesa dai terroristi, per contrapporre le culture e le religioni, rilancia una diversa realtà politica, morale e culturale: quella del rispetto, dello scambio, del dialogo tra tutte le culture, inseparabili dai valori sottesi a ciascuna di esse. Continua ancora Chirac:“ L’Occidente non ha dato forse la sensazione di imporre una cultura dominante, essenzialmente materialista, vissuta come aggressiva dal momento che la grande maggioranza dell’umanità la osserva e ne è sfiorata senza potervi accedere? Fino a che punto una civiltà può voler esportare i propri valori? Oggi si parla molto di globalismo senza sapere bene di che cosa esattamente si tratti, se sia una ripetizione del colonialismo, o un superamento, se un modo per accelerare lo sviluppo di tutti i paesi della terra o per aumentare le differenze, se per avere un più largo consenso al sistema o per creare nuove ingiustizie. Dice lo storico Hobsbawn: “ tutto ciò che sappiamo con certezza è che un’epoca della nostra storia è finita. Viviamo nell’incertezza e nella paura. Di certo sta profilandosi un globalismo di stampo imperialistico dove 56 macroaziende, 13, con bilanci superiori a quelli di una nazione media europea, guidano l’economia mondiale. Sembra molto verosimile l’assunto di Keynes quello delle giraffe con il collo più lungo che mangiano tutte le foglie e lasciano morir di fame quelle con il collo più corto. Giorgio Bocca nell’ultimo libro “Ricchezza per pochi, povertà per molti,  sostiene che “ questo mondo superconesso da aerei, da computer e da reti informatiche, resta il mondo delle diversità inique. Si è persistito in quella politica economica che ha continuato a dividere il mondo in un quarto ricco e tre quarti povero. Si scava un solco sempre più profondo e cinico tra i Paesi del benessere dove si spende per le diete, ed i Paesi della fame e della miseria più nera. La giornalista Livia Dini, in un articolo su La Repubblica, sostiene che la tragedia Americana dell’11 Novembre, con decine di migliaia di morti, donne e uomini, giovani e vecchi, ricchi e poveri, si poteva forse evitare, se i Paesi  ricchi si fossero accorti in tempo che il terrorismo più fanatico si stava radicando nella disperazione e nel rancore del “pianeta miseria”.

Anno 2001

Prof.ssa  Rosa Faragi

 

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12/10/2007. SOS o se volete MAYDAY...Ogni tanto il Prof. Fucarino ci onora con qualche suo intervento o considerazione, siamo lieti di pubblicarlo:

Al popolo tutto degli wwwnauti

SOS o se volete MAYDAY

Perché con il vostro tam-tam correggiate qualche facezia che continua a circolare a proposito di etimologia ed onomastica di siti prizzesi, certamente fra non addetti ai lavori, e si propaga irrefrenabile a macchia d’olio nella rete in siti di storia, geografia e toponomastica, di cucina, alberghi ed agriturismo, previsioni meteo e propaganda varia.

I QUESTIONE. Il nome che indicava la città che sarebbe dovuta sorgere nel sito archeologico su Montagna dei Cavalli, quella citata da Polibio (I, 24, 10) a proposito della sua distruzione nel 258 a. C. per mano dei consoli romani Aulo Atilio e Gaio Sulpicio, non si scrive, per carità,  Hyppana, ma Hippana. Così si continua a far torto all’insigne studioso prizzese al quale è stato giocato il brutto tiro di pubblicargli postumi i suoi appunti di lavoro, per come gli era capitato di buttarli giù, con naturali  e comprensibili sviste, ripetizioni, provvisoria scrittura, citazioni improbabili di pagine dai suoi manoscritti, senza la necessaria e dovuta revisione e senza possibilità di una sua discolpa o difesa. Si sa che oggi anche i grandi storici e saggisti nazionali, ma pur anche gli autori di romanzetti polizieschi di divagazione, odierni bestseller, hanno messo a disposizione dalle case  editrici degli esperti di editing per scovare e correggere possibili svarioni. Ora ammesso anche che si voglia riferire il termine alla radice di  ìppos (cavallo), la trascrizione sarebbe sempre Hippana. In realtà il nome non ha niente a che vedere con i cavalli. La denominazione popolare di Montagna dei Cavalli, data al luogo in cui è stato scoperto il sito archeologico è medioevale e si riferisce all’uso di concedere a pascolo di cavalli montagne di proprietà demaniale, cioè, come si diceva allora, di uso civico. Così si ha notizia di altra Montagna dei Cavalli a Corleone. La forma dovrebbe essere tra l’altro Ipana, come si evince dalla monetazione e da altri testi, e si dovrebbe trattare di una radice sicana, per noi oscura. Lo storico Polibio era un greco, ostaggio a Roma nella prigionia dorata della casa di Emilio Paolo, e quindi giustificabile la presunta assonanza da lui rinvenuta con il termine greco a lui familiare.

(cfr. CARMELO FUCARINO, Stratigrafia del comune di Prizzi come metafora della storia dell’Isola, vol. I, Il dominio feudale, ed. Comune di Prizzi, Prizzi 2000, pp. 99-124).

II QUESTIONE. Dacché mondo è mondo, dall’età della clava  e della caverna ai presenti giorni della creazione del genoma, mai l’uomo ha pensato di denominare una località, monte, fiume, città, con l’infinito di un verbo. Sarebbe perciò una madornale eccezione universale, se il nome di paese PRIZZI derivasse, come si afferma in modo perentorio e con certezza biblica, dal verbo greco sostantivato  tò pyrìzein, cioè significa “Il Bruciare”. Tutto nacque dalla scoperta di un antichissimo diploma, che trascriveva un atto notarile della corte normanna, cioè la donazione di un vasto terreno nel territorio di Vicari, fatta nel 1136 dal re Ruggero II alla sua amata nutrice Adelina. Il diploma, pubblicato nel 1868 da Cusa nella sua raccolta I diplomi greci ed arabi di Sicilia, nella redazione greca fatta per Adelina descriveva, come in tutti gli atti, i confini del possesso e ne indicava un lato con la “strada che va da Boikos a tò pyrìzein ”. Cusa tale lo mantenne e lo registrò senza alcun commento nell'indice alfabetico dei nomi di luogo della sua raccolta nella forma greca “Pyrizein” (Purivzein). Se ci si ferma a questa sola indicazione, si rimane confusi e perplessi nell’apprendere che il nome del paese fosse “Il Bruciare” e che il notaio e i numerosi testimoni curiali intendessero “la strada che va da Vicari a Il Bruciare”. Esiste però una contestuale trascrizione curiale latina che traduceva con via Pirizi. D'altronde non si trattava di una traduzione isolata e limitata al momento preciso della stipula. La stessa resa in latino è fatta dall'interprete-traduttore dell'atto di ricognizione in arabo del gaito Bingelir: in esso si dice ancora “la via che conduce da Perizio a Biccaro” (viam ducentem de perizio ad Biccarum). Secondo la prassi attuariale anche in questo atto è precisato che la sottoscrizione di Ruggero è in greco, e ancora “parimenti tale è per tutto il tenore dell'altro privilegio redatto in scrittura araba dei due privilegi del re Ruggero”. Infine nel rogito del 1277, transuntato nel 1314, i confini sono meglio delineati con località a noi note e il toponimo appare nel successivo slittamento grafico della zeta in gutturale (Pirizi-Piricij). È chiaro che la triplice redazione, araba, greca e latina, si rendeva necessaria in un ambiente di estrazione trilingue: Adelina era di estrazione bizantina, musulmano era il gaito, proprietario del fondo, di base latina la cancelleria normanna. Quello che risulta sorprendente dalla verbalizzazione è che un interprete cristiano bizantino curò la traduzione del testo greco in latino, ancor più sorprendente che un giudeo si occupò della traduzione dall'arabo in latino. Da ciò si evince che le rilevanti differenze di resa in latino dei due testi in scrittura greca e araba sono attribuibili alla diversa trascrizione grafica dei suoni dei tre alfabeti e alla diversa conoscenza dei luoghi e cultura degli interpreti. Appare però incontrovertibile che nelle traduzioni in latino dei due testi, il greco di Adelina e l'arabo del gaito, il nome del paese trascritto con l'improbabile infinito sostantivato tò pyrìzein dell'originale greco è sempre translitterato graficamente dall'interprete, pure lui bizantino, con un semplice accusativo in -um, con le grada­zioni vocaliche Pirizium-Perizium, fino al tardo Piricium (passaggio fonetico i~e e resa successiva della zeta greca in -c latina).

Provato che esistesse realmente sulla cima del monte una rocca bizantina (castello, castrum o frouvrion), la forma fonetica primitiva del toponimo doveva essere Piritis con accusativo Piritin, che per successivo slittamento fonetico in zeta, presente nelle più antiche rese documentarie del toponimo, pervenne alla forma araba B.r.zû-Barazzû (o Birizû?), - l’arabo mancava del fonema p e delle vocali e perciò della relativa trascrizione grafica di tali lettere -, indicata nel celebre passo dello strabiliante libro di  Idrisi (1154),  e a quella latina Pi(e)rizium-Perisium e fu ripresa con Pirizin da parte dell'interprete greco-bizantino che non aveva consapevolezza del toponimo, perché non conosceva la zona. Egli trascrisse il nome secondo la pronunzia del suo tempo con un improbabile infinito che non risulta dai testi latino e arabo. Il tipo di oscillazione consonantica t-z è dimostrata nei documenti successivi dalla ripresa dotta di Peritium e dalla corruzione in Pericium anche nelle successive redazioni ecclesiastiche, agrigentina e monrealese, di Perisium (1182 e 1240).

Il toponimo Piritis rimanderebbe a forme nominali greche. Se vogliamo proprio insistere sull'area semantica della radice di pir (pu'r, con resa fonetica bizantina), “fuoco”, il termine ci condurrebbe al greco tardo piritis e al suo accusativo piritin (purivth", -ou, sempre con resa fonetica bizantina), che indicava “pirite” (cfr. lat. pyrites), ma anche “fabbro”. Tuttavia non risulta da riferimenti storici che il territorio fosse rinomato per l'abbondanza di tale minerale, mentre il nome di mestiere appare troppo particolare e circoscritto perché potesse essere assunto a toponimo. Dalla stessa radice fu pure coniato un omofono e omonimo (purivti", -ivtido"), che oltre a “pirite” o “piretro” denominava anche un genere botanico di “nardo”. Potrebbe trattarsi della graminacea Nardus stricta o erba cervina, pianta erbacea perenne, frequente nei pascoli, con foglie ruvide e pungenti, fusto cespuglioso e spighette violacee. Anche questa ipotesi non è suffragata da prove storiche o ambientali, che ne provino l’abbondante presenza.

Più verosimile potrebbe essere invece l'altra soluzione dall’omofono aggettivo greco piritis (purivth", -e"), “di frumento”, dall’area etimologica di piròs  (purov"), “frumento”. La soluzione potrebbe essere senz'altro sostenuta dalla sicura e antica vocazione frumentaria del territorio. Tuttavia l’adozione di tale termine presenterebbe la difficoltà di un accusativo piriti.

Tenendo ancora presente la trascrizione fonetica latina Pi(e)rizium-Perisium, essa rimanderebbe con uguali probabilità alla forma greca Perition, che si collega all'area semantica dell'avverbio perì (perivv), nel valore di “intorno” o “assai”. Così potrebbe richiamare un luogo cinto e difeso o nella forma perition (perivtion) un luogo “assai onorato”  (cfr. il comparativo latino peritius e il nome peritia).

Pertanto si deve concludere che alla luce delle nostre conoscenze documentarie non si possono con sicurezza spiegare le ragioni che portarono a tale denominazione.

(cfr. CARMELO FUCARINO, Stratigrafia del comune di Prizzi come metafora della storia dell’Isola, vol. I, Il dominio feudale, ed. Comune di Prizzi, Prizzi 2000, pp. 290-297).

III QUESTIONE

La nascita del territorio e città di Palazzo Adriano non avvenne per smembramento addirittura ai tempi dei Normanni, come afferma in rete qualcuno, riferendosi forse alle false attribuzioni da parte delle abazie laziali di Casamari e Fossanova e dei confini dei due conventi di S. Angelo e S. Cristoforo (falsi diplomi di Matteo Bonello del 1155 e 1160), ma solo nel 1483 con i celebri capitoli di Giovanni II Villaraut (nipote e omonimo del nonno?), storicamente evanescente, di cui non possediamo privilegi di investitura regia ed ecclesiastica, sconosciuto nelle cronache nobiliari o riportato con cenni labili, incidentali ed equivoci da De Spucches. Costui, come si definisce, “militi, signuri di Prizzi e maestru raziunali di chistu regnu di Sicilia”, probabilmente un anno prima della sua morte nel 1483, approvò, stipulò e concesse, habita prius et obtenta super hoc licencia ab illustri domino Vicerege, i 25 celebri Capitoli di Palazzo Adriano, di cui era signuri, fatti, firmati e giurati a lu honorabili Ieorgi Bonacasa grecu, capo e condottiero dei profughi albanesi. Essi “vennero trattati e fissati dai rappresentanti delle popolazioni regolarmente costituite, e vennero il XVIII maggio 1482 [XV ind.] in Prizzi, consacrati per iscritto nelle minute di notar Enrico De Baldo, da Bivona, anche nella sua qualità di giudice ordinario per avere forza di legge in avvenire. Per il giuramento e la firma di essi intervennero lo stesso Giovanni Villaraut, che era Maestro Razionale del Regno di Sicilia e lu onorabili Ieorgi Bonacasa grecu; […] alla terra e baronia di Prizzi s'intendeva allora feudalmente aggregato il casale ed il castello di Palazzo Adriano”.

Fatto strabiliante, questa tappa di importanza capitale, che avrebbe sconvolto e mutato definitivamente consistenza territoriale e confini di Prizzi e pertanto inciso così radicalmente e per sempre sui suoi equilibri socio-politici, fu segnata da un barone quasi ignoto, e - incredibile! - con un semplice atto notarile fra due privati cittadini, arbitrario, in quanto privato e personale. Ma così andavano le cose in tempi di confusione giuridica e prepotenza in cui gli elementari antichi confini giuridici tra bene pubblico e proprietà personale erano stati d'un colpo cancellati o erano divenuti così labili, in conseguenza dell'estrema lontananza e debolezza del potere sovrano, passato sotto l'arbitrio di ogni signorotto locale, che un intero paese con case, animali e uomini poteva essere venduto brutalmente al miglior offerente per acquistare appoggio o per sacar dinero da profondere in disastrose guerre di predominio. Ma non fa meraviglia se Ettore Fieramosca, che combatteva al soldo di Ferdinando contro i Francesi nella celeberrima disfida, dal conte Massimo D'Azeglio fu assunto ancora nell'Ottocento, con un eclatante falso storico, ad eroe del patriottismo italiano. Si trattò in effetti di un semplice “contratto di concessione”, col quale il barone, con un semplice tratto di penna, in qualità di semplice enfiteuta e non avendone diritto legale, in quanto di prerogativa del sovrano, concesse ai nuovi abitanti “tuttu lu dictu locu, circum circa lu dictu castellu, a loro voluntati putiri edificari casi, vigni et iardini in lu dictu locu et territoriu di lu Palazu”.

Questi Capitoli dell'atto notarile del 18 maggio 1482, sottoscritti da Giovanni di Villaragut e dal rappresentante la colonia albanese, rivestono eccezionale importanza per la storia delle colonizzazioni in Sicilia, perché sono i più antichi in assoluto e i primi in ordine di tempo fra quelli che riguardano tutte le colonie, generalmente chiamate, greco-albanesi in Sicilia. Altro rilievo ha assunto la capitolazione per la comunità albanese di Palazzo Adriano che l'ha tramandata come testo sacro e atto ufficiale della propria nascita, sollevando da allora e fino ad oggi accese polemiche e interessate diatribe.

 (cfr. CARMELO FUCARINO, Stratigrafia del comune di Prizzi come metafora della storia dell’Isola, vol. I, Il dominio feudale, ed. Comune di Prizzi, Prizzi 2000, pp. 503-514).

 

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06/09/2007. Cosa vuoi fare da grande? Il prof. Fucarino, sempre attento alle dinamiche delle tendenze giovanili, è stato così gentile da inviarci una sua considerazione su una delle tematiche più importanti che interessano il mondo dei giovani. Questo intervento potrebbe rappresentare un utile spunto di riflessione, per discutere sulla difficoltà che oggi i giovani incontrano nel costruire una propria identità:

Cosa vuoi fare da grande?

di Carmelo Fucarino

Nella società moderna le strutture che si prefiggono di guidare i giovani nella costruzione del loro futuro sono numerose ed attive e si servono di strumenti che si vanno sempre più perfezionando ed affinando. Sembrano lontanissimi i tempi in cui l’Università nei primi anni Novanta si assumeva da sola il compito di organizzare corsi di orientamento con incontri collettivi in stand della Fiera del Mediterraneo, dispersivi e fuorvianti, o ricorreva in anni più recenti ad appuntamenti programmati e mirati nelle singole facoltà per individuare attitudini e hability attraverso colloqui diretti e questionari aperti. L’indagine era comunque rivolta soltanto alle ultime classi degli Istituti superiori di II grado e si esauriva in una relazione guida sull’indirizzo universitario consigliato. D’altronde in tutti i tipi di orientamento scolastico si trattava soltanto di una proposta di merito che non poteva comportare un obbligo legale, considerata la libertà del cittadino nella scelta dell’indirizzo di studi. Erano da venire i tempi delle programmazioni sul piano economico-organizzativo e le selezioni di ingresso nelle facoltà, per evitare sperpero di intelligenze e di risorse finanziarie politiche, come avveniva in altri paesi statalisti che investivano sulla cultura finanziando per intero la formazione universitaria. In Italia anche le osservazioni ed i consigli di indirizzo sui diplomi di licenza media, patetici ed ambigui, perché formulati da consigli di classe superficiali e incompetenti, erano sempre disattesi e il ragazzo al quale si consigliava l’ambigua formula dell’inserimento nel mondo del lavoro, da una parte per le attese e le pretese del padre professionista affermato, dall’altra per le giuste speranze di promozione sociale del padre operaio, era iscritto spesso al liceo scientifico o addirittura al classico. Cambiò tutto radicalmente con l’introduzione del numero chiuso in alcune facoltà universitarie in cui le categorie professionali sono abbastanza forti da auto-proteggersi dall’invasione di una agguerrita e numerosa concorrenza con i loro albi chiusi. Non pertanto furono per primi i dentisti a crearsi una facoltà specialistica, scorporata dalla medicina, ed ad introdurre il numero chiuso e gli ambigui test di ingresso. Mi chiedo ancora quale abilità di indirizzo dentistico comporti rispondere correttamente alla domanda di quale sia la capitale del Burkina Faso e delle Isole Andamane, o cosa è il Bucintoro, ed altre chicche di intelligenza. Mentre la selezione in altri paesi serviva a programmare l’uso delle risorse, di spazi e di imprescindibile utilizzo dei laboratori, a garantire uno sbocco lavorativo, in Italia esso si imponeva per imposizioni corporative e per la difesa di privilegi, risalenti alle gloriose corporazioni fiorentine, che fecero ricchi i mercanti. Dante che era poeta, arte che non contava tanto da non essere riconosciuta, nella città della dittatura delle Corporazioni e dei mestieri per inquadrarsi fu costretto ad iscriversi all’Arte dei medici e degli speziali. Oggi invece poeti ed artisti sono contentati e sono inquadrati nella Società degli autori ed degli editori, perché paghino una percentuale per avere tutelate le loro “opere di ingegno”. Nella nostra società che mantiene ancora le corporazioni medioevali fiorentine si spiega la reazione violenta e le giustificazioni farneticanti davanti alla liberalizzazione delle professioni e all’abolizione degli albi professionali. Il discorso è che tali categorie privilegiate sono liberali e liberiste a parole e convenienza. Il numero chiuso imposto solo in alcune facoltà è lesivo della libertà e del diritto allo studio, partendo dalla falsa ed erronea opinione che le conoscenze scientifiche, legalizzate da una laurea, debbano comportare automaticamente un diritto all’impiego fisso e non essere patrimonio e diritto di ogni cittadino.

Risultato ancor più grave di tale concezione, le Università sono state trasformate in semplici centri di produzione alla stregua delle industrie di pannolini, vere e proprie fabbriche di professionisti programmate secondo le richieste della Confindustria. La loro autonomia economico-finanziaria impone la necessità del profitto, la concorrenza richiede l’offerta di sconti e benefit, compri tre e ne paghi uno, l’invenzione dei cosiddetti crediti. L’efficienza e la bontà dell’istruzione sono valutati dai media in base al numero dei laureati, come in una fabbrica dal numero o dal volume di pentole prodotte, in un’ottica monetaristica ed efficientistica della cultura tesa a formare tecnici e specialisti con l’unica finalità dello sbocco e dell’inserimento nel mondo del lavoro. Al di là di tali deformazioni il risultato positivo è stato che l’Università, per procacciarsi clienti è sbarcata nei Comuni dell’hinterland, che hanno colto l’occasione per dare ai propri giovani nuovi strumenti di formazione e di scelte professionali. Ne sono un esempio i tirocini che sindaco e amministrazione comunale di Prizzi hanno attivato, accogliendo l’offerta dell’Università di Palermo. Al di là dell’interesse specifico attivato dal consistente pacchetto di crediti formativi, in alcuni casi quasi la metà dell’intero budget, certamente il rapporto diretto con le problematiche del mondo del lavoro e soprattutto con le necessità presenti in una istituzione pubblica di un piccolo paese potrebbe essere stimolante ed avvicinarla al suo futuro cittadino utente.

Ancor più produttiva nei risultati e meritoria riguardo agli scopi propostisi a me pare l’iniziativa di tirocinio “Lavorare e crescere nelle Istituzioni”, attivata nell'estate del 2006 dal Comune di Prizzi e rivolta agli studenti locali, fra i 15 e i 18 anni, frequentanti le Superiori, istituti tecnici vari e Liceo Classico, giovani diretti fruitori con la loro famiglia dei servizi e futuri cittadini, sempre che non prendano la via dell’esodo forzato verso altri lidi. Solo in questo modo i giovani e di riflesso le loro stesse famiglie hanno potuto prendere conoscenza e coscienza dei complicati meandri della burocrazia, prendere atto del peso e delle difficoltà nella gestione della “casa pubblica”, la res publica dei Romani, essere educati al rispetto di ciò che appartiene a tutti e perciò riguarda tutti. In una società che dalle ultimissime notizie di cronaca nera sembra essere entrata in un collasso profondo ed irrimediabile e precipitata nel baratro della ferinità medioevale, in una Italia che è stata ormai raggiunta dalle forme estere più degenerative del connettivo sociale, che coinvolge anche i giovani in questo marasma etico di stravolgimento e annientamento dei valori più elementari di umanità (le forme diffuse nelle scuole di stupri ostentati, di bullismo, di violenze di branco, di vandalismi beceri ecc.), ben vengano queste iniziative che servono ad educare il futuro prossimo cittadino alla conoscenza e al rispetto dei beni della collettività. Si spera che queste spinte cognitive possono aprire qualche varco nel muro di diffidenza e nell’atavica impronta deformante della tradizione.

Nell’ambito e a conclusione di questo progetto è stato proposto e distribuito al centinaio di tirocinanti un elementare questionario con la consueta banale domanda "che lavoro vorresti fare?". Le risposte in genere semplici, rare volte multiple, danno molto a riflettere e impongono altre immediate e incisive iniziative promozionali e attitudinali. Bisogna rimarcare e sottolineare subito un dato iniziale di base: delle 62 risposte esaminate ben 14, cioè il 22%, si sono espresse con il consueto lapidario “non so”. Ciò è assai sconsolante, perché dimostra per i diciottenni che nell’incombenza e nell’immediatezza della decisione sono nell’incapacità o nell’impossibilità di indicare una qualsiasi scelta di vita, non hanno fiducia nelle loro capacità e nelle istituzioni.

Se si considerano poi le attività pratiche e commerciali, quelle cosiddette del “mondo del lavoro” e delle professioni un solo giovane intende chiaramente fare il barista, cosa che fa probabilmente pensare ad un contesto familiare ben preciso. Per quanto riguarda le attività pratiche in un contesto generico non specificato si va da chi si contenta di “un lavoro qualsiasi”, a chi propone la ricetta della “moglie ubriaca”, cioè “un lavoro che non comporti rischi, che faccia guadagnare e soprattutto che piaccia”; chi più idealista aspira a “un lavoro che dia soddisfazioni e che piaccia indipendentemente dal profitto economico”; chi invece preferisce un lavoro nel settore economico in genere, un altro il solito sogno del posto in banca, altro più aperto socialmente un “lavoro a contatto con la gente”, due altri intervistati chiedono un “lavoro che permetta di viaggiare”. Accanto a queste richieste è presente anche l’immagine da spot della bella ed elegante hostess. Spiccano poi per numero di preferenze le tradizionali attività che sono state da secoli lo sbocco naturale del lavoro nell’isola, l’impiegato, preferibilmente comunale, il carabiniere, la guardia forestale, due altri scendono al particolare e preferiscono la guardia di finanza. In tutte le sedi di Italia delle forze dell’ordine, delle poste, delle ferrovie e delle scuole non manca il solito Meridionale, arruolato nell’amministrazione dai governanti di turno. 

Se si passa alle attività che richiedono il diploma superiore, le scelte sono certamente determinate dagli indirizzi scolastici già frequentati e presenti nell’area: 4 ragionieri, dei quali uno farebbe anche lo chef ; 4 geometra, dei quali uno aspirerebbe a diventare architetto, un solo perito agrario; ben due aspirerebbero a diventare insegnanti di educazione fisica. È un mondo mummificato a cinquanta anni fa, quando tali attività davano lavoro e prestigio professionale, oggi spendibili solo nel piccolo contesto paesano, in cui l’edilizia, le compravendite o le beghe per confini agricoli danno qualche spazio, ma risultano quasi inutili in una società in cui l’attività del ragioniere è scomparsa, quella del geometra limitata alla sorveglianza dei cantieri edili. Una presenza di due tecnici di radiologia e di tre fisioterapisti segue almeno la tendenza di espansione di tali professioni, soprattutto gli ultimi con grandi prospettive ed orizzonti di lavoro dati l’inesorabile invecchiamento della popolazione e la diffusione delle terapie riabilitative in campo cardiologico o ortopedico. Sorprende in questo contesto stagnante e conservatore l’aspirazione a diventare maestro di musica e insegnante di danza. Bisogna anche chiarire a scanso di equivoci che sul piano formativo professionale queste sono le offerte della scuola superiore locale, indirizzata verso attività di supporto locale ormai svuotate di funzioni. Si tratta del solito cane che si morde la coda. Però o si riciclano le scuole e si aprono indirizzi tecnici moderni con offerte spendibili sul mercato del lavoro nazionale ed europeo o si condannano altre generazioni di giovani alla disoccupazione, alla precarietà, alla condizione di aspirante di impiegato comunale.

Sconsolante e grave è anche la constatazione che soltanto 13, cioè appena il 20% , aspirerebbe a proseguire gli studi universitari, nonostante la creazione dei diplomi brevi e l’offerta di specializzazioni in altri settori in sviluppo. Le scelte di questi pochi infatti sono anch’esse le più consuete e tradizionali dei paesi siciliani e vuote di concrete prospettive. Come se il martellamento televisivo sulle nuove frontiere professionali e le autostrade di internet non avessero alcun impatto e coinvolgimento emotivo. Si tratta perciò della tradizionale area di attesa e di ripiego per i ben sette avvocati, dei quali uno in alternativa a ingegnere, un altro a guardia di finanza, un terzo a medico. Quest’ultima attività, come avviene a Prizzi dai tempi dei Borboni, risulta l’altra assai gettonata, cinque medici, accanto ad una psicologa, una pediatra, una biologa, un chirurgo, ma plastico. È evidente la persistenza della fama degli alti guadagni di chi esercita tali professioni. Accanto e in parallelo con i geometri, segue lo sbocco naturale di architettura, tre aspiranti, uno con l’alternativa di insegnante di disegno tecnico. Non poteva mancare, come in simili domande lampo, la ragazza innamorata dei film di fantarcheologia, del tipo di Indiana Jones, che sogna di fare l’archeologa per scoprire arcani tesori, ignara del noioso e pesante lavoro di routine, spazzolare pietruzze e catalogare un’infinita di cocci.

L’analisi di tali dati è estremamente sconsolante ed impone, per aprire reali prospettive ai giovani, interventi più mirati e impellenti da parte di tutte le Istituzioni, sia scolastiche, sia soprattutto politiche. Nei termini attuali la prospettiva resta l’Eldorado preteso del “posto” al Municipio, disponibile ormai per pochissimi, perché riservato al turnover, data l’elefantiasi spropositata dei dipendenti comunali, oppure l’esodo in cerca di un lavoro che non potrà mai essere adeguato al titolo di studio conseguito, scarsamente spendibile per la sua specificità sul mercato nazionale ed estero, tranne che non ci si ricicli e si inventino altre competenze.

Che fare nell’immediato? Per aprire reali prospettive di utilizzazione sul mercato, sarebbe ora che l’istruzione scolastica adeguasse l’offerta anche nei paesi dell’entroterra con l’apertura verso professioni, attuali ed europee, che l’amministrazione locale attivasse corsi di formazione professionale seriamente e realmente aperte alle nuove frontiere, senza ricorrere con questo a farneticanti invenzioni. Dai corsi attivati a Palermo da assessorati comunali e a miriadi di sigle sindacali si ricava l’impressione che le fantasiose figure professionali proposte siano invenzioni di un prestigiatore pazzo. Gli studi di settore e le richieste del mercato dovrebbero essere invece il motore della formazione professionale e degli infiniti corsi di specializzazione. A puro titolo di esempio, perché dobbiamo importare dal Nord tegole simil-antiche e semplici vasi per fiori con tanta ottima creta che si trova nel nostro territorio? E l’agricoltura prizzese deve essere in eterno cerealicola, in attesa di un’esclusiva Buitoni? Dimenticavo, non ci resta che la speranza di uno sbocco turistico-archeologico. Non sappiamo sfruttare neppure l’aria salubre, se i nostri imprenditori non hanno avuto il coraggio di costruire un alberghetto do dieci stanze per cittadini frastornati e in fuga. A tutti i giovani prizzesi, ardire e fantasia, innovativi diplomi e lauree.  

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04/08/2007. "Stratigrafia del Comune di Prizzi". Qualcuno lo ha definito: “un grande gesto di affetto di un prizzese verso la sua città”. Sicuramente il nuovo libro del prof. Fucarino è un atto di grande amore nei confronti di Prizzi e anche dei prizzesi, che leggendolo potranno ripercorrere le memorie di un passato che non deve essere mai sepolto e dimenticato. Le generazioni future avranno finalmente uno strumento preziosissimo per conoscere e studiare quelle passate, e per crescere con la consapevolezza che chi li ha preceduti ha lasciato una grande testimonianza di civiltà.

È veramente curioso conoscere le abitudini, gli usi e i costumi di persone che hanno calpestato i nostri stessi suoli decine di anni prima di noi.

La storia di Prizzi e dunque dei prizzesi: un patrimonio che non può e non deve andare disperso!

 

 

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03/06/2007. L’onore di Prizzi: presentato a New York il libro del prof. Fucarino.

di Antonino Ciappina (articolo tratto da America Oggi)

“Liberi da bilanciamenti politici a destra e sinistra e da precognizioni nella letteratura e la pubblicistica siciliana sulla situazione dell’isola, due toscani (Leopoldo Franchetti e Giorgio Sidney Sonnino), impegnati in una “Inchiesta della Sicilia”, convintisi che i fenomeni constatati avevano la loro prima origine nelle leggi della natura, come  medici pazienti  al capezzale degli ammalati ...non intesero “giudicare nessuno” e tantomeno “condannare”.

Così si legge nel secondo volume della “Stratigrafia del Comune di Prizzi come metafora della storia dell’Isola”. Ebbene, vi si narrano dei fatti accaduti  nell’Ottocento, ma pare si tratti di fatti moderni; in effetti, la situazione dell’isola non è cambiata di molto.

L’autore del libro (781 pagine) è il prof. Carmelo Fucarino, docente di latino e greco all’Università Garibaldi di Palermo, ritiratosi dall’insegnamento nel 1997 che ora si dedica  a ricerche sulla storia del paese d’origine: Prizzi, antica cittadina  in provincia di Palermo (il suo nome deriva dalle voci latine “prius” e “pris”).

Abbiamo incontrato il prof. Fucarino al Madison Towers/Jolly Hotel lo scorso mercoledì 23 maggio.

Per il  prof. Carmelo Fucarino è stata la prima volta a New York accompagnato dalla moglie, Rosa Maria Ponte in Fucarino.

E’ intervenuto alla serata anche  Peter Vallone, ex presidente del Consiglio Municipale di New York, e Joseph Sciame,  addetto alle relazioni pubbliche della St. John’s University; ex presidente nazionale dell’”OSIA”(Ordine Figli d’Italia in America), entrambi originari di Prizzi.

Ed ancora  Luigi Vallone, ex sindaco di Prizzi. Presenti oltre ad una cinquantina di prizzesi residenti nell’area metropolitana di New York anche i componenti del gruppo folcloristico “ La Zagara ”, composto da prizzesi con Joe Nastasi presidente e  Fina Maia, attrice.

Ha fatto gli onori di casa Rosanna Coscia, presidente del Jolly Hotel.

Al termine dell'incontro, la signora Rosa Maria Ponte ha voluto donare uno dei suoi quadri all' "Ordine Figli d'Italia in America".

 

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20/04/2007. Un tuffo nella leggenda. A Prizzi anche le pietre parlano e raccontano di fatti e comportamenti volti ad evidenziare valori eternamente validi ma molto spesso calpestati (dell'insegnante Cettina Cascio):

 

Lu pupu di petra

Lavava li robi a li genti

cu puza e sapuni li stricava

susta all’arba , manciannu picca e nnenti

mancu a parlari quasi ci spirciava.

E quannu la liscia sculava tutta,

si carricava ‘ntesta la cartedda,

scinnia adasciu adasciu finu a sciumi

e quannu finalmente era ‘ddassutta

s’addinucchiava ‘nterra,mischinedda.

Li spogli li sguazzava ad una ad una

E l’asciucava po ‘ncapu li spini.

E mentri so’ matruzza travagliava

li spaddi rutti e li manu arrappati, 

lu figliu ‘ncapuliddu chi gghiucava

la matri so’ pigliava a pitrati.

Quannu so’ matri nunni potti cchiu’,

cci scappà ‘na terribili ‘gastima:

CHI PETRA TU PUTISSI ADDIVINTARI!

…Mpitra’ lu figliu e …nun si mossi cchiu’,

ci arrivà di la matri la ‘gastima

Pupu  di petra fu pi ricurdari

Ca la matri bisogna rispittari.

Il bambino di pietra

Lavava la biancheria alla gente

Con le mani e con il sapone  la strofinava

Al lavoro dall’alba,mangiando poco o niente

Non aveva neanche la voglia di parlare.

E quando il sapone era tutto sgocciolato

Si caricava sulla testa il grande cesto,

S’incamminava lentamente fino al fiume 

E quando finalmente era arrivata

S’inginocchiava per terra ,la poverina.

Sciacquava tutta la biancheria poco per volta

E poi l’asciugava sulle spine dei rovi.

E mentre la povera mamma lavorava

Con le spalle rotte per la stanchezza e con  le mani raggrinzite dall’acqua

Il figlio,che giocava su una piccola altura vicina

Tirava le pietre addosso alla madre che invano gli chiedeva di smettere.

Quando la madre non ce l’ha fatta più

Le scappò una terribile maledizione:

CHE TU POSSA DIVENTARE
DI PIETRA!

…Il figlio si fermò….non fece più nessun movimento,

fu colpito dalla terribile maledizione materna:

diventò una statua di pietra per ricordare a tutti che bisogna rispettare la madre, il padre e la famiglia.

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20/04/2007. Fede e leggenda si mescolano perfettamente quando si vuole ricercare notizie sulle origini di una chiesetta prizzese dedicata alla Madonna delle Grazie (dell'insegnante (dell'insegnante Cettina Cascio):

 

LA BEDDA SIGNURA

‘Na piccilidda chi stava ddà vicinu

Pi li rasti la terra scavava;

sirvia ‘pi chiantari pitrusinu

a so’ matri chi dintra l’aspittava.

Tutta ‘na vota…’na bedda Signura

chi ‘nterra li pedi nun pusava’

cci comparì davanti, a la criatura,

chi cu ll’occhi sgriddati la guardava.

Ci dissi: Va cuntalu a to’ matri

‘nzoccu sta vidennu e ‘nzoccu senti;

vogliu ‘na chiesa ccà ‘capu sti petri

p’ascutari li prieri di la genti.

Jiti a circari lu capu di paisi

E siddu dicci ca munita unn’avi,

diciticci li sordi unni su mmisi:

‘nta lu casciuni chi teni chiusu a chiavi.

E fu accussì,comu vosi la Signora

Fu fatta la chiesa nica e …duci

‘ncapu la lista la Madonna a pittura. 

….e nuddu sapi diri cu la fici.

 

LA BELLA SIGNORA

Una bambina che abitava lì vicino

Scavava e raccoglieva terra per i vasi

serviva alla sua mamma che voleva seminarvi

il prezzemolo.

Improvvisamente una bella Signora , sospesa

nell’aria comparve agli occhi spalancati della

bambina.

La Signora le disse:”Racconta alla mamma

Ciò che stai vedendo e ciò che sta sentendo;

voglio una chiesa qui sopra queste pietre

per ascoltare le preghiere della gente.

Andate a cercare il capo del paese

e se vi dice che  non c’è disponibilità 

economica,

ditegli che i soldi sono nel cassetto che tiene

chiuso a chiave.

E fu cosi,come volle la signora:fu fatta la 

Chiesa, piccola e…dolce; sopra la roccia

un dipinto della Madonna… e nessuno sa

dire chi l’ha fatta.

 

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La festa di Pasqua è senza dubbio la manifestazione più importante che si svolge a Prizzi.

La settimana santa, è di particolare interesse in quanto inizia con la Domenica delle Palme quando, nel primo pomeriggio, si rievoca il ricordo dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme che viene rappresentato dal sacerdote più giovane del paese che in groppa a un asino viene accompagnato dalla folla esultante che reca foglie di ulivo e di palme magnificamente intrecciate a formare dei veri e propri capolavori.

Si prosegue quindi, il giovedì santo, con la rappresentazione del sacro mistero dell'ultima cena, cerimonia fedelmente riprodotta in chiesa con il sacerdote che effettua il lavaggio dei piedi degli apostoli, seduti attorno al tavolo. Si prosegue quindi con la visita ai "sepolcri". In realtà quelli che vengono chiamati "sepolcri", altro non sono che gli altari della deposizione: vengono allestiti nelle chiese, col tabernacolo aperto e l'eucaristia esposta, in una scenografia spettacolare, addobbati con pane, arance e fiori bianchi, che al termine della cerimonia del lavaggio dei piedi, si usa "girare" (la tradizione vuole che se ne "girino" anche diversi ma rigorosamente in numero dispari!).

Il venerdì santo vede la pietosa rappresentazione della crocifissione. Il Cristo viene trasportato su un lettino riccamente addobbato di fiori, il cosiddetto "littirinu", sul monte Calvario per poi essere crocifisso e sorvegliato dalle guardie romane, ragazzi che si alternano indossando i costumi dei centurioni romani.
Quando il Cristo viene deposto, inizia la processione vera e propria che parte dalla chiesa di San Calogero (dove si trova il monte calvario) e attraversa numerose vie del paese, fermandosi di tanto in tanto per raccogliere le offerte. La tradizione vuole che il "littirinu" faccia fermare i portantini quando è il momento di ricevere l'offerta. Alla processione partecipano, oltre a praticamente tutta la popolazione in religioso silenzio interrotto solo dai canti e dalle musiche della banda, alcune figure caratteristiche: c'è infatti colui che regge la scala con la quale il Cristo è stato deposto, un altro porta un cuscino sul quale sono appoggiati i chiodi, il martello e la tenaglia usati per la crocifissione; segue una piccola statua raffigurante Maria Maddalena, sdraiata e straziata dal dolore, che viene trasportata da alcune ragazze chiamate "Pie Donne" e la statua della Madonna che, con addosso un mantello nero in segno di lutto, segue il mesto corteo con un pugnale conficcato nel cuore. La processione ha termine nella chiesa del Crocifisso.

Con la domenica di Pasqua subentrano la gioia e la letizia per la resurrezione del Cristo. In questo giorno, già dall'alba, il paese subisce una metamorfosi: gli abitanti vengono svegliati dal bussare alle loro porte da gruppi di ragazzi. Di questi, tutti indossano un abito rosso (i diavoli) tranne uno che ne indossa uno giallo ocra (la morte). Queste entità, che scorrazzano su e giù per le vie del paese agitando delle catene, chiedono a parenti, amici e a tutti quelli che incontrano, piccole somme di denaro oppure uova fresche o dolciumi a titolo di obolo per liberarsi dalla loro chiassosa nonché insistente presenza.
Alla gioiosità dei ragazzi si contrappone il gruppo ufficiale, quello del comitato organizzatore, formato da adulti appositamente incaricati ma comunque in costume. Questi sono accompagnati da una persona "in borghese", che garantisce per loro e conserva le offerte.
I personaggi sono generalmente tre: due rappresentano i demoni e uno la morte. I diavoli indossano un abito di tela di lana, tinto di rosso, quasi a riprendere il colore del fuoco e dell'inferno, mentre sul viso portano una maschera di ferro con una larga bocca dalla quale fuoriescono la lingua e i grossi denti; gli occhi sono invece due piccole fessure che contrastano col grande naso. La maschera è sormontata da due corna e da una pelle di caprone che copre anche le spalle e parte della schiena di chi la indossa. Le due maschere si differenziano per il diverso colore del vello:uno è nero, l’altro bianco. Entrambi portano tranci di catene di ferro che vengono agitate e fatte sbattere contro le maschere stesse.
Diverso è il personaggio della morte. Anche egli indossa un abito di tela ma tinto di giallo ocra (tipicamente chiamato "giallu morti di pasqua") mentre la maschera è in cuoio, quasi a simulare un teschio dalla cui bocca fuoriescono delle zanne (dette "scagliuna"). La morte reca in mano uno strumento stilizzato che simula, nelle fattezze, una balestra.
La rappresentazione folkloristico-religiosa vera e propria del "ballo dei diavoli", che viene anche chiamata "u 'ncontru" (l'incontro) per via del motivo che vedremo più avanti, inizia nelle primissime ore del pomeriggio.
Le statue del Cristo e della Madonna si dispongono una di fronte all'altra, a debita distanza. A guardia di ognuna vi sono due angeli. Nel frattempo tutta la gente si riversa nella via o piazza interessata e, mentre la banda suona allegramente, i diavoli e la morte scorrazzano in mezzo alla gente "catturando" i partecipanti, e, metaforicamente, le loro anime, e trascinandoli "all'inferno" che altro non è che uno o più locali messi a disposizione dai privati dove vengono offerti ai "catturati", previo pagamento dell'obolo (l'offerta è libera!) per la loro "liberazione", i tipici dolci di Pasqua di Prizzi, i cosiddetti "cannateddi", elaborati lavori di pasta pasticcera con un uovo sodo al centro, oppure un "bicchierino", a scelta del "malcapitato"!
Essere catturati non è poi tanto male: c'è infatti chi si lamenta di non esserlo ancora stato e fa di tutto per farsi "pigliare"! Spesso i "catturati" vengono costretti dai diavoli a danzare insieme a loro e così ci si può ritrovare in circolo con le maschere a saltellare sulle ritmatissime note della banda.

La manifestazione si svolge in maniera sequenziale in particolari punti del paese dove i diavoli, posti a fianco della morte, cercano in tutti i modi di impedire l'incontro ("u 'ncontru", appunto) tra le statue raffiguranti il Cristo risorto e la Madonna. E' qui che si svolge il vero e proprio "ballo dei diavoli". Il rituale inizia con le note cadenzate della banda. Le statue iniziano ad andare incontro l'una all'altra mentre i diavoli e la morte corrono e ballano ora verso una ora verso l’altra. Il momento chiave è quello in cui i tre personaggi restano incastrati tra le due statue senza via di fuga, venendo quindi trafitti dalle spade di due angeli e consentendo finalmente l’incontro, provocando così l'esplosione di gioia del pubblico.
L'attuale manifestazione conserva nei caratteri tradizionali e negli oggetti usati evidenti tracce di stratificazioni di diverse culture passate. Gli elementi caratterizzanti la maschera del diavolo riportano infatti ai periodi di dominazione ellenica.
Il significato profondo della manifestazione consiste nel tema della morte legata alle forze del male; da qui non una morte giusta nel suo operato ma una morte alla mercé delle forze demoniache. L'arroganza del Male arriva ad un punto tale da impedire ed ostacolare l'incontro delle forze del Bene, si fa forte della presenza della morte che cerca per certi versi di impedire il mistero divino della risurrezione con cui il Cristo aveva già sconfitto la morte.
La morte, parte centrale della manifestazione, viene epurata della presenza del male durante la fase cruciale dell'incontro dove i due diavoli vengono trafitti da altrettanti angeli lasciando libera la morte di continuare il suo eterno uffizio senza la mercé del male.
 

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24/03/2007. Lettera aperta di Rosetta Faragi alla redazione di "Città Nuove" e al suo direttore responsabile Dr. Dino Paternostro:

Sono Rosetta Faragi, vivo a Prizzi. Da sempre ho condiviso i vostri  sforzi per rinverdire la memoria e per ricordare tutti i caduti per il riscatto della Sicilia dalle oppressioni mafiose.

Oggi, le mie memorie risalgono al lontano 1989, anno, in cui conseguii il diploma di licenza al “Classico” di Corleone…e seguii, il Prof. Francesco Renda, in un mirabile convegno, di cui solo lui è capace, dal titolo: “I fasci Siciliani”: “Corleone Capitale Contadina”. Talmente ne fui coinvolta ed affascinata che in prosieguo, per assistere alle sue lezioni, mi iscrissi  alla facoltà di Scienze Politiche…e...conseguii  l’agognata laurea!

Adesso… insegno discipline giuridiche-economiche presso l’I.T.C.G.I. di Prizzi, realizzando il  mio modesto sogno (non ho mai avuto grandi pretese e velleità, ne avuta la smania del carrierismo e del rampantismo a tutti i costi!).

Da quella data in poi ho sempre seguito, in silenzio, tutte le vostre iniziative

Da ultimo ho avuto modo di apprezzare l’encomiabile iniziativa del 10 marzo scorso, in ricordo di Pacido Rizzotto, segretario della Camera del lavoro di Corleone a 58 anni dal suo vile assasinio , e della consegna del “rapporto” del Generale Dalla Chiesa da parte dell’Arma dei Carabinieri. Commovente, anche, il cortometraggio realizzato, in ricordo di tutte le vittime della mafia.

Oggi 21 Marzo giornata del ricordo, giornata di primavera, nevica! Spero sia l’ultima “neve di primavera”, in ricordo di eventi luttuosi.

Per caso ho appreso, che avete in cantiere, un “Progetto memoria”, e che vi appellate agli uomini di buona volontà, che vogliano fare dono di un po’del loro “tempo prezioso”nella ricerca di eventi significativi, che hanno segnato le “piccole storie” di lotta per una sopravvivenza dignitosa!

Poiché ritengo di avere un debito da colmare verso coloro cha hanno versato sangue innocente, proprio oggi, desidero rivolgermi ai  ragazzi cha stanno dalla parte della legalità, della giustizia e dell’onestà. A loro che spesso dipingiamo apatici, ma che sono vittime del sistema, dico: “ non dimenticate che “tutto questo è stato”, non ricadete nella “banalità sostenibile” del quieto vivere, non siate superficiali, non abbiate a noia la curiosità, non siate mai pigri nel conoscere.

Da un bel po’, da queste parti, eccetto rari eventi, come questo di cui sopra, non si produce più vera “cultura politica”. Da un bel po’ la cultura democratica, progressista, di sinistra non si è impegnata in analisi serie e globali della realtà in cui viviamo.

Assistiamo a fenomeni di rimbambimento individuale e collettivo, dove non sempre, il nuovo che avanza, è sintomo di progresso economico, sociale e culturale. Superficialità e pressappochismo, caratterizza spesso la nostra classe politica.

Proprio oggi, se è vero che “ la memoria è l’intelligenza del cuore”, sento l’esigenza, di testimoniare, omaggiando di una mia poesia, tutti i caduti dell’idea socialista e delle vittime delle mafie.

Trattasi della seconda parte della poesia dedicata a mio nonno Paolo, nato nel 1897, combattente e reduce della prima guerra mondiale e militante socialista ( invano lui ed altri attesero le terre che  gli promisero dopo tanti anni di sofferenze al fronte, e chi sa perché, mai assegnate!), (ha rivestito per 13 la carica di consigliere comunale socialista). Io ho vissuto parte della mia vita con lui, poiché, i miei, come tante altre famiglie siciliane oneste, son dovuti emigrare per cercare lavoro all’estero.

     Proprio il giorno della morte, avvenuta per cause naturali il 26 Aprile 1982, la sezione del partito socialista lo invitava ad una riunione di partito. Allora io scrissi:

Oggi ho parlato con la morte

Non scrive più nessuno alla morte…

Ogni gesto inutile è la morte.

Non scrive più nessuno alla morte…

Proprio oggi, strano, il postino ha lasciato una lettera intestata:

“ Al Compagno”…” Paolo ”…

Che spedite, ho pensato, lettere ai morti!

I morti non votano, non pensano più.

E’ stato compagno la morte!

Ha patito le ingiustizie la morte!

Credeva nel riscatto la morte!

Credeva nella giustizia la morte!

ha sofferto la guerra…al fronte la morte..

ed era fiero per non aver ucciso mai nessuno la morte!

Ha sudato molte camicie questa  mia “dolce morte”

Vita dura, di stenti e fatiche

Di lotte e di gioie per l’avvenire.

Vita di sudore umano che profumava di “primavera”

che sapeva di lealtà, onestà, fiducia nella la vita.

Viveva la sua vita la morte

Era contadino e lavorava le sue terre la morte.

Amava il giardino e fiori la morte

e ad ogni primavera, era come se rifiorisse di un anno la sua vita.

Come era semplice la morte!

Quanti baci ho dato alla mia dolce morte.

(1982)

 (Dietro il feretro  v’era una sola corona di fiori:quella del partito socialista e della Camera del Lavoro che lo omaggiarono semplicemente, com’era lo stile della sua vita!)

Prizzi 21 marzo 2007

 

 

 

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